Sono
trascorsi due anni esatti da quando Sylvian su questo
stesso palco indossò i panni a lui poco congeniali
di frontman a tutto tondo. Il disagio di allora
fu evidente: lui così abituato a stare nell'ombra,
"costretto" a condurre una band di virtuosi
attraverso una profonda retrospettiva del suo repertorio
in chiave jazzata. Intendiamoci, non fu un brutto
concerto, ma fu palpabile la sensazione che in qualche
modo egli andasse contro la sua natura.
Ieri il "Signor Gentleman" è
al contrario rientrato nel suo alveo naturale,
quello del coraggioso esploratore romantico che
opera fra gli anfratti remoti della sua arte:
palco in penombra, strumentazione scarna composta
di due laptop, un paio di tastiere e percussioni
elettroniche, e l'ingegner Masakatsu Takagi a
curare, rigorosamente live, la parte visiva dello
show, con l'ausilio di due schermi che raccontavano
ai nostri occhi i gioielli sonori di "Blemish".
Coerente fino in fondo con la sua sorprendente
ultima opera, Syl ci ripropone fedelmente l'intera
scaletta dell'album, senza farsi remore nell'utilizzare
basi pre registrate, come in tutti i frangenti
in cui si è trattato di evocare la spericolata
chitarra di quel grande dell'avanguardia che risponde
al nome di Derek Bailey. Chi conosce l'album può
ben comprendere l'assoluta imprescindibilità
della scelta artistica, volta a ricreare fino
in fondo i tessuti sonori "ambient glitch",
che sono poi la quintessenza di "Blemish".
Ci troviamo allora ad assistere ad un'affascinante
carrellata d'immagini assolutamente eteree, quasi
"liquide" che si muovono (in)disturbate
sulle onde dei glitches, davanti agli occhi dell'uomo
di nero vestito, intento a colorare i fotogrammi
col suo inimitabile timbro vocale. E' così
che il viaggio ha inizio, con la lunga suite minimale
che dà il titolo all'album, per proseguire
ininterrottamente fino all'epilogo di "A
Fire in a Forest", scritta assieme e Fennesz
e mirabile chiusura di un lavoro che anche dal
vivo è risultato essere completo, audace
e geniale. L'intimismo elettronico che si sposa
con l'impressionismo visivo, il succedersi di
composte situazioni di vita quotidiana, che ritraggono
per lo più bambini, combinati con i suoni
che ne deformano la prospettiva, fino ad assumere
quella dimensione senza tempo che Sylvian ci ha
brillantemente trasmesso anche nell'album in studio.
La parte di pubblico presente che non ha messo
le mani su "Blemish", sarà di
certo rimasta spiazzata da questa prima parte
di serata, così distante da qualsivoglia
approccio tradizionale: sarà per questo
che il Nostro pensa bene di ricompensare la pazienza
di tanti ascoltatori imbracciando una più
rassicurante chitarra acustica. Da questo momento
in poi, se si eccetttua l'incredibile trip finale
(e inedito) "Wasn't I Joe?" nel quale
vengono riprese con forza ancora maggiore le tematiche
d'avanguardia della prima parte del live, è
un susseguirsi di esecuzioni che potremmo definire
"unplugged", se non fosse per i discreti
interventi di Steve Jansen, che gestiva in chiave
minimalista una sezione ritmica rigorosamente
digital.
Orfani anche delle immagini, ci troviamo allora
in una dimensione più tradizionale, ad
inseguire le note di una versione trasognata della
decadente "The other side of life",
tratta dal disco dei Japan "Quiet Life"
ma spogliata della sua oscura e lenta teatralità,
oppure quelle dell'obliqua medley fra la preghiera
ambientale di "When Poets Dreamed Of Angels"
( da "Secrets of the Beehive") ed il
calmo notturno di "Cries and Whispers"
(questa volta il progetto era "Rain Tree
Crow") nella quale il filo conduttore è
rappresentato unicamente dall'incredibile disinvoltura
con la quale un inciso trasfigura in un nuovo
tema, senza però smarrire il percorso originario.
Il gioco sylvianiano nella sua versione "classic
live" (e per questo scordatevi quanto vi
ho detto riguardo alla prima parte del concerto)
consiste da sempre nel riplasmare le canzoni fino
a farle assomigliare a qualcosa d'altro, con quella
maestria che fa di ogni suo tour un appuntamento
dall'appeal irresistibile. Le altre citazioni
riguardano "Dead Bees on a Cake", rappresentato
con il brano "Praise", delicata preghiera/
ballata cantata in indiano, con testo tradizionale
e musiche dell'artista indiana Shree Maa (che
peraltro la canta nell'album in studio) ed una
ulteriore escursione nel decisivo e storico album
"Secrets of the beehive", con la classica
"Maria". Il suggello del concerto, che
sembrava arrivare al suo epilogo con questo viaggio
a ritroso nella produzione meno recente, avviene
invece con un nuovo "ritorno al futuro"
rappresentato dalla già citata e quasi
inquietante parata psichedelica di "Wasn't
I Joe?", che per l'appunto chiude lo show.
I bis sono dedicati al nuovo singolo scritto
per Sakamoto "World Citizen", che in
tutta onestà pare poco più che un'innocua
ed orecchiabile pop song, e ad una "stoppatissima"
versione acustic blues di "Jean the birdman"
forse il suo più famoso brano fra quelli
scritti a quattro mani insieme a Bob Fripp. Chi
voleva "sorprendersi" è servito,
così come chi aveva una voglia matta di
rivedere all'opera il "proprio" Sylvian:
in definitiva un ottimo concerto, forse il suo
migliore fra quelli, ormai numerosi, a cui ho
assistito.
Scaletta
Blemish
The Good Son
The Only Daughter
The Heart Knows Better
She Is Not
Late Night Shopping
How Little We Need To Be Happy
A Fire In The Forest
The Other Side Of Life
When Poets Dreamed Of Angels + Cries And Whispers
(medley)
The Shining Of Things
Blue Skinned Gods
Praise
Maria
Wasn't I Joe?
***
World Citizen
***
Jean The Birdman
collegamenti su MusiKàl!
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David Sylvian - Concerto
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David Sylvian - Brilliant
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