Un blues sporcato, pronto a trasformarsi in
un ritornello puramente pop, mentre synth e chitarra
incidono con acidità. Questa è “Anima
muta”, il brano che apre l’album di
esordio dei Daunbailò: se musicalmente
si notano intuizioni non disprezzabili (anche
se il ritornello appare come un corpo estraneo
appiccicato senza troppa freschezza né
convinzione al pezzo) si nota anche, e in maniera
forte, il male che sembra affliggere ormai da
anni una certa musica italiana.
Innanzitutto l’apparente incapacità
di comprendere come l’uso della lingua italiana
presupponga non una mera esposizione di vocabolario
ma qualcosa di più logico, di più
articolato. In questo sono stati maestri, agli
esordi, i Marlene
Kuntz (ma anche loro sembrano aver perso la
strada) e sono stati discepoli, sempre meno bravi,
centinaia di gruppi venuti alla luce in seguito.
L’insieme appare più coeso già
nella seconda traccia, “Trio”, base
ritmica ipnotica su cui si dipanano le voci. In
“Pieno di luna” si scende in un’atmosfera
quasi da bossanova, dimostrando un’intenzione
di base che ha in sé qualcosa di cantautoriale
e di “intimo”. Tra gli episodi migliori
sicuramente “Hotel Miramar”, dove
la struttura viene continuamente minata da rumori,
battiti e sporcizie musicali, “Urska Salomé”
nettamente debitrice dell’avventura compositiva
di Goran Bregovic e Vinicio
Capossela (e anche il cantato mostra derivazioni
inequivocabili), il dolore infinito e ottundente
di “Dio d’acqua” e in principal
modo l’improvvisa danza elettronica di “Sonat
sonat sonat sempre”, forse l’unico
brano che mostri realmente la voglia di rischiare
qualcosa di più.
Interessanti “Dido” e “Con
la chitarra sul tetto in un giorno di vento”
che vivono della stessa vita, con la prima che
appare quasi un intro alla seconda - che si apre
citando lo “Yellow Submarine” film
-; peccato che musicalmente entrambi i brani non
dicano nulla di particolare né aggiungano
nulla alla stessa avventura Daunbailò.
Daunbailò che è un film prima ancora
di essere musica, plasmato dalla mano sapiente
di Jim Jarmusch nel lontano (??) 1986 e interpretato
da John Lurie e Tom
Waits. Ogni tanto sembra di poter sentire
in quest’album echi dei due musicisti, soprattutto
di Waits, ma neanche questa sensazione riesce
realmente a concretizzarsi.
Ecco, il problema principale di questo esordio
è quello di non saper concretizzare le
intuizioni (che ci sono), lasciando tutto in un
limbo indistinto e che ha in sé ben poca
attrattiva. La band deve crescere, ora come ora
sembra solo un brutto anatroccolo la cui trasformazione
in cigno è al di là da venire.
collegamenti su MusiKàl!
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Goran Bregovic - Tales
& Songs from Weddings & Funerals