“Dark summer” era il titolo di un
b-movie di qualche anno fa, dove un viaggiatore
veniva coinvolto negli omicidi di due sorelle
psicotiche; non è dato sapere se il titolo
del nuovo album dei Sepiatone, progetto che vede
coinvolta la catanese Marta Collica accanto all’onnipresente
Hugo Race, si rifaccia a questo film, ma è
un dato di fatto che la loro musica sia un flusso
onirico, cinematografico e, a volte, non troppo
rassicurante.
La scura estate dei due non ha la stessa leggerezza
incantata del precedente “In sepiatone”,
ma gioca con le canzoni in un continuo cut ‘n’
paste: spesso si ha l’impressione che i
brani siano stati scritti con strumenti tradizionali,
poi scomposti e infine ricostruiti attraverso
una densa coltre di loop raccolti da vinili dimenticati.
“Darksummer” è un disco profondamente
suggestivo, il suono è avvolgente e persistente
come vino: “Ektachrome” dipinge surreali
visioni desertiche attraverso l’Hammond
e la tromba, finendo per ricordare un gruppo misconosciuto
e scomparso come gli Smoke City; “Greenhouse”
rivela finalmente la voce di Marta Collica (molto
più bella, profonda e pastosa di come l’avevamo
ascoltata ai controcanti nei dischi di Cesare
Basile), e l’influenza netta del songwriting
oscuro di Hugo Race.
È proprio il tenebroso australiano alla
voce nella successiva “Unnaturalfire”,
splendida colonna sonora per un noir anni ’50
girato ai giorni nostri, con quegli archi drammatici
che la aprono e le voci sensuali che si abbracciano
tra loro. “Disguise” addensa ulteriormente
il suono, tanto che sembra di ascoltare una musica
cantata sott’acqua, un’onirica ballata
pianistica proveniente da un altrove lontano;
è il gioco e lo spezzettarsi dei loop a
rendere interessanti e particolari queste canzoni
(“Saboteur”, che unisce una linea
vocale incredibile al suono del guiro, a frammenti
di drum ‘n’bass e a una chitarra acustica),
e spesso la voce scompare nella nebbia dei suoni
(“C’è Dio”). Verso la
fine, “Darksummer” si fa più
opprimente e il gioco mostra la corda, ma i due
musicisti sono abbastanza intelligenti da capirlo
e da cambiare rotta: “From so hi”
sembra provenire direttamente dal disco solista
di Beth Gibbons, mentre “Difianco”
è un perfetto esempio di lounge anni ’60,
con un ritmo di bossanova e un recitato in italiano
che va ad omaggiare i maestri del genere.
Il carillon evocativo e non del tutto rassicurante
di “Twilightone” chiude tre quarti
d’ora onirici, animati da un’oscurità
leggera, dal calore soffocante di certe giornate
d’estate e dei suoi sogni inquieti; degna
colonna sonora di un’estate torrida, vissuta
con i sensi annebbiati.
collegamenti su MusiKàl!
Hugo Race - Intervista
(29-1-2005)
Cesare Basile - Gran
calavera elettrica
Cesare Basile - Closet
Meraviglia
Beth Gibbons & Rustin Man - Out
Of Season