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CURE
Concerto allo Stadio Olimpico di Roma (23 luglio 2002)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

L'apertura dei cancelli è alle quattro. Tranquillamente la gente inizia ad affollarsi verso le sette e mezza (cosa sia successo di interessante in quelle tre ore e mezza non ci è dato sapere). Verso le otto e un quarto sale sul palco il gruppo spalla, gli Electric Babies. I ragazzi (italiani) non suonano male e non sarebbe noioso ascoltarli se i testi non avessero lo spessore letterario di un romanzo di Harmony e la profondità di un'intervista a Valeria Marini. Mediocri, altamente mediocri.

La cura a questo spettacolo non certo esaltante è data dall'apparizione sul palco, dopo i sei brani dei bambini elettrici, della figura inconfondibile di Robert Smith. Accompagnato dagli stessi musicisti della tournée di due anni fa, il quarantatreenne cantante inglese, oramai corpulento, saluta il pubblico e inizia a suonare. La prima parte del concerto è praticamente una riedizione del tour di accompagnamento a "Bloodflowers", con il ripasso quasi meccanico della track-list - nella quale spiccano le interpretazioni di "Watching Me Fall", "The Loudest Sound" e "Bloodflowers", in cui l'autore mette tutto se stesso - e qualche digressione nel passato, rara ma accolta con gioia dal numeroso pubblico.

Interessante la scelta di riproporre "If Only Tonight We Could Sleep" da "Kiss Me Kiss Me Kiss Me" (invece delle abusate "The Kiss" e "Why Can't I Be You?") e "From the Edge of the Deep Green Sea" da "Wish" (e di tralasciare "Friday I'm in Love"). Doverosa l'esecuzione di "Shake Dog Shake" e commovente quella di "Siamese Twins", con il lacerante grido finale "Is It Always Like This?" ripreso ed amplificato dal pubblico. La predilezione di Smith comunque va ai brani dell'ultimo lavoro e il concerto procede senza troppi sbalzi di umore, uniforme ma in fondo un po' deludente. Dopotutto non si vede la necessità, ad appena due anni dall'uscita dell'album, di ributtarsi nella mischia con una tournée che palesa le sue intenzioni commerciali.

Il gruppo esce, il pubblico applaude, le luci viola restano accese. Nessuno casca nel tranello, è ovvio che si sta ripetendo il noioso rituale del bis. Ma bisogna ammettere che il signor Smith non ha deposto l'ascia di guerra e il gruppo sfodera dei bis incredibili. C'è da dire che a pescare nel periodo d'oro, quello a cavallo tra la fine degli anni '70 e la fine del decennio successivo si pesca sempre bene, ma la scaletta è mozzafiato. "Three Imaginary Boys", "Lovesong", "Play for Today" e "A Forest" vengono eseguite senza pause, come se il vecchio repertorio fosse un'unica grande gemma. E' poi la volta di altre perle, come "A Letter to Elise", "Just Like Heaven" e "Charlotte Sometimes" che riceve meno consensi del previsto (gli amanti dei Cure formatisi su raccolte come "Galore" e sugli ultimi album dimostrano ben poca dimestichezza con i capolavori provenienti dal periodo più dark, e questo è veramente triste) ma che risulta, a conti fatti, la sorpresa più lieta della serata.

Il pubblico è festante, allegro, infantilmente compiaciuto dalle moine e dalle dediche di Smith ("Non c'è nulla da fare, voi di Roma siete sempre i migliori", "Grazie, è un onore essere apprezzato da voi", "Sono sempre sorpreso dall'affetto dei fans italiani" e altre digressioni su questo tono tra un brano e l'altro). E, in coda al tutto, mi permetto una confessione: consapevole del carattere puramente commerciale di questa data non posso non ammettere di essermi emozionato. Non è stata un'emozione continua, questo no, ma nel marasma generale, negli applausi assordanti sono stati i dettagli a commuovermi: il sottile tartagliare sul ritornello di "Shake Dog Shake", l'attacco poderoso inconfondibile e straniante di "Three Imaginary Boys", l'angosciante basso finale di "A Forest". Come se Smith, di fronte all'approvazione del popolo ci tenesse a strizzare l'occhio, di tanto in tanto, all'èlite più fedele, agli affezionati di vecchia data (e si può leggere anche sotto questa ottica la scelta di "Charlotte Sometimes").

Dopo due ore e tre quarti il concerto finisce definitivamente. Il pubblico si affolla sulle transenne per aspettare il passaggio degli eroi. Mi fermo a pensare un attimo a quanto sia scialba e deprimente l'idolatria rock, ma poi la folla mi spinge e mi immergo nel viaggio di ritorno.


Recensioni collegate:
Cure - la Kalporzgrafia



25 luglio 2002




I commenti
 
28 luglio 2002
Quello di roma all'Olimpico è stato un concerto unico, sia per la
setlist che ha lasciato davvero poco spazio ai pezzi commerciali (deludendo
forse le aspettative dei fans dell'ultima ora), sia per il luogo e la
qualità de3l suono, senz'altro di piu alto livello rispetto al pessimo
palaeur.
Robert Smith, decisamente in forma, ha dato prova delle sue indubbie qualità
musicali e vocali, confermando qualora ce ne fosse stato il bisogno il suo
enorme carisma.
Ed il pubblico ha risposto con entusiasmo ai brani piu naturalmente votati
alla partecipazione, come play for today (con un coro puntuale e da
brividi), la sempre coinvoltente just like heaven and in between days.
Ma sono stati forse altri i momenti più intensi del concerto, delle vere e
proprie perle suggestive che hanno emozionato e perchè no inumidito gli
sguardi di molti. E allora l'incalzante e malinconica siamese twins,la
triste the drowing man, la bellissima e inaspettata three imaginary boys e
Faith, lenta, tesa, mistica, sempre stupenda.
Anche le 3 canzoni dall'ultimo lavoro in studio, Bloodflowers, hanno reso
decisamente meglio rispetto al dreamtour, soprattutto, watching me fall,che
due anni fa non aveva molto convinto.
Sono davvero pochi gli artisti in grado di entrare direi cosi in empatia col
proprio pubblico.
Ma come non riconoscere i meriti di una band e del suo inarrivabile leader,
Robert Smith, che a fronte di ormai 25 anni di storia riesce ancora a tenere
vivo il fuoco (a dispetto di 39..)
Quello di chi li ama da sempre come me e di chi li scopre ora.
Nel panorama musicale I Cure sono un esempio di dedizione quasi unica. Spero
che la fiamma creativa di Robert bruci per molto tempo ancora...


Paolo
25 luglio 2002

Finalmente i Cure a Roma in uno spazio all'aperto, dopo anni e anni di Palaeur possiamo ascoltare il gruppo inglese nella curva dello stadio Olimpico, ottima percio' la resa sonora.
Si inizia con Plainsong poi Open e i 12000 che affollano gradinate e parterre esplodono, ormai c'è gente di tutti i tipi ad un concerto dei Cure, 30/40 enni che li seguono con affetto da anni e neofiti in ghingheri neri come da rituale, grande uso di matite nere fondotinta bianco e lacca per tenere dritti i capelli.
Ovviamente parecchi sconvoltoni, impegnati piu' a cercare cartine o trip piuttosto che a seguire il concerto, di cui probabilmente il giorno dopo ne ricorderanno solo degli spezzoni.
Robert Smith prosegue per la sua strada tirando fuori dal suo cappello magico brani storici tipo Siamese twins, 100 years,mischiati con le recenti Bloodflowers e Watching me fall, poche le concessioni ai brani pop della loro carriera, solo durante i bis si concedono In between days e Lovesong, non poteva mancare la perla Just like heaven dal fortunato album Kiss me Kiss me Kiss me,da cui saccheggiano a piene mani : The kiss, Torture, If only tonight we could sleep.
Bè poi il finale,da piegare le gambe anche ad un rinoceronte, The drowning man, Charlotte sometimes, Faith.
Qualcuno mormora che i Cure stanno rifacendo se stessi, Smith sta esagerando con i suoi proclami di scioglimento poi smentiti.
Tante chiacchere a vuoto, i Cure possono contare su un catalogo non indifferente, dal vivo sono generosissimi (2 ore e mezza di concerto se non 3 è il loro standard) perchè rinunciare ad un gruppo che resiste da 23 anni?? Resistere è una qualità non da poco, altri loro famosi "rivali" non ci sono riusciti.
Io mi tengo stretti i Cure, nonostante debba ammettere che il loro periodo migliore siano stati gli anni 80.
..going away on a strange day.......

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