L'apertura dei cancelli è alle quattro.
Tranquillamente la gente inizia ad affollarsi
verso le sette e mezza (cosa sia successo di interessante
in quelle tre ore e mezza non ci è dato
sapere). Verso le otto e un quarto sale sul palco
il gruppo spalla, gli Electric Babies. I ragazzi
(italiani) non suonano male e non sarebbe noioso
ascoltarli se i testi non avessero lo spessore
letterario di un romanzo di Harmony e la profondità
di un'intervista a Valeria Marini. Mediocri, altamente
mediocri.
La cura a questo spettacolo non certo esaltante
è data dall'apparizione sul palco, dopo
i sei brani dei bambini elettrici, della figura
inconfondibile di Robert Smith. Accompagnato dagli
stessi musicisti della tournée di due anni
fa, il quarantatreenne cantante inglese, oramai
corpulento, saluta il pubblico e inizia a suonare.
La prima parte del concerto è praticamente
una riedizione del tour di accompagnamento a "Bloodflowers",
con il ripasso quasi meccanico della track-list
- nella quale spiccano le interpretazioni di "Watching
Me Fall", "The Loudest Sound" e
"Bloodflowers", in cui l'autore mette
tutto se stesso - e qualche digressione nel passato,
rara ma accolta con gioia dal numeroso pubblico.
Interessante la scelta di riproporre "If
Only Tonight We Could Sleep" da "Kiss
Me Kiss Me Kiss Me" (invece delle abusate
"The Kiss" e "Why Can't I Be You?")
e "From the Edge of the Deep Green Sea"
da "Wish" (e
di tralasciare "Friday I'm in Love").
Doverosa l'esecuzione di "Shake Dog Shake"
e commovente quella di "Siamese Twins",
con il lacerante grido finale "Is It Always
Like This?" ripreso ed amplificato dal pubblico.
La predilezione di Smith comunque va ai brani
dell'ultimo lavoro e il concerto procede senza
troppi sbalzi di umore, uniforme ma in fondo un
po' deludente. Dopotutto non si vede la necessità,
ad appena due anni dall'uscita dell'album, di
ributtarsi nella mischia con una tournée
che palesa le sue intenzioni commerciali.
Il gruppo esce, il pubblico applaude, le luci
viola restano accese. Nessuno casca nel tranello,
è ovvio che si sta ripetendo il noioso
rituale del bis. Ma bisogna ammettere che il signor
Smith non ha deposto l'ascia di guerra e il gruppo
sfodera dei bis incredibili. C'è da dire
che a pescare nel periodo d'oro, quello a cavallo
tra la fine degli anni '70 e la fine del decennio
successivo si pesca sempre bene, ma la scaletta
è mozzafiato. "Three Imaginary Boys",
"Lovesong", "Play for Today"
e "A Forest" vengono eseguite senza
pause, come se il vecchio repertorio fosse un'unica
grande gemma. E' poi la volta di altre perle,
come "A Letter to Elise", "Just
Like Heaven" e "Charlotte Sometimes"
che riceve meno consensi del previsto (gli amanti
dei Cure formatisi su raccolte come "Galore"
e sugli ultimi album dimostrano ben poca dimestichezza
con i capolavori provenienti dal periodo più
dark, e questo è veramente triste) ma che
risulta, a conti fatti, la sorpresa più
lieta della serata.
Il pubblico è festante, allegro, infantilmente
compiaciuto dalle moine e dalle dediche di Smith
("Non c'è nulla da fare, voi di Roma
siete sempre i migliori", "Grazie, è
un onore essere apprezzato da voi", "Sono
sempre sorpreso dall'affetto dei fans italiani"
e altre digressioni su questo tono tra un brano
e l'altro). E, in coda al tutto, mi permetto una
confessione: consapevole del carattere puramente
commerciale di questa data non posso non ammettere
di essermi emozionato. Non è stata un'emozione
continua, questo no, ma nel marasma generale,
negli applausi assordanti sono stati i dettagli
a commuovermi: il sottile tartagliare sul ritornello
di "Shake Dog Shake", l'attacco poderoso
inconfondibile e straniante di "Three Imaginary
Boys", l'angosciante basso finale di "A
Forest". Come se Smith, di fronte all'approvazione
del popolo ci tenesse a strizzare l'occhio, di
tanto in tanto, all'èlite più fedele,
agli affezionati di vecchia data (e si può
leggere anche sotto questa ottica la scelta di
"Charlotte Sometimes").
Dopo due ore e tre quarti il concerto finisce
definitivamente. Il pubblico si affolla sulle
transenne per aspettare il passaggio degli eroi.
Mi fermo a pensare un attimo a quanto sia scialba
e deprimente l'idolatria rock, ma poi la folla
mi spinge e mi immergo nel viaggio di ritorno.
28
luglio 2002
Quello di roma all'Olimpico è stato
un concerto unico, sia per la
setlist che ha lasciato davvero poco spazio
ai pezzi commerciali (deludendo
forse le aspettative dei fans dell'ultima
ora), sia per il luogo e la
qualità de3l suono, senz'altro di piu
alto livello rispetto al pessimo
palaeur.
Robert Smith, decisamente in forma, ha dato
prova delle sue indubbie qualità
musicali e vocali, confermando qualora ce
ne fosse stato il bisogno il suo
enorme carisma.
Ed il pubblico ha risposto con entusiasmo
ai brani piu naturalmente votati
alla partecipazione, come play for today (con
un coro puntuale e da
brividi), la sempre coinvoltente just like
heaven and in between days.
Ma sono stati forse altri i momenti più
intensi del concerto, delle vere e
proprie perle suggestive che hanno emozionato
e perchè no inumidito gli
sguardi di molti. E allora l'incalzante e
malinconica siamese twins,la
triste the drowing man, la bellissima e inaspettata
three imaginary boys e
Faith, lenta, tesa, mistica, sempre stupenda.
Anche le 3 canzoni dall'ultimo lavoro in studio,
Bloodflowers, hanno reso
decisamente meglio rispetto al dreamtour,
soprattutto, watching me fall,che
due anni fa non aveva molto convinto.
Sono davvero pochi gli artisti in grado di
entrare direi cosi in empatia col
proprio pubblico.
Ma come non riconoscere i meriti di una band
e del suo inarrivabile leader,
Robert Smith, che a fronte di ormai 25 anni
di storia riesce ancora a tenere
vivo il fuoco (a dispetto di 39..)
Quello di chi li ama da sempre come me e di
chi li scopre ora.
Nel panorama musicale I Cure sono un esempio
di dedizione quasi unica. Spero
che la fiamma creativa di Robert bruci per
molto tempo ancora...
Paolo 25 luglio 2002
Finalmente i Cure a Roma in uno spazio all'aperto,
dopo anni e anni di Palaeur possiamo ascoltare
il gruppo inglese nella curva dello stadio
Olimpico, ottima percio' la resa sonora.
Si inizia con Plainsong poi Open e i 12000
che affollano gradinate e parterre esplodono,
ormai c'è gente di tutti i tipi ad
un concerto dei Cure, 30/40 enni che li seguono
con affetto da anni e neofiti in ghingheri
neri come da rituale, grande uso di matite
nere fondotinta bianco e lacca per tenere
dritti i capelli.
Ovviamente parecchi sconvoltoni, impegnati
piu' a cercare cartine o trip piuttosto che
a seguire il concerto, di cui probabilmente
il giorno dopo ne ricorderanno solo degli
spezzoni.
Robert Smith prosegue per la sua strada tirando
fuori dal suo cappello magico brani storici
tipo Siamese twins, 100 years,mischiati con
le recenti Bloodflowers e Watching me fall,
poche le concessioni ai brani pop della loro
carriera, solo durante i bis si concedono
In between days e Lovesong, non poteva mancare
la perla Just like heaven dal fortunato album
Kiss me Kiss me Kiss me,da cui saccheggiano
a piene mani : The kiss, Torture, If only
tonight we could sleep.
Bè poi il finale,da piegare le gambe
anche ad un rinoceronte, The drowning man,
Charlotte sometimes, Faith.
Qualcuno mormora che i Cure stanno rifacendo
se stessi, Smith sta esagerando con i suoi
proclami di scioglimento poi smentiti.
Tante chiacchere a vuoto, i Cure possono contare
su un catalogo non indifferente, dal vivo
sono generosissimi (2 ore e mezza di concerto
se non 3 è il loro standard) perchè
rinunciare ad un gruppo che resiste da 23
anni?? Resistere è una qualità
non da poco, altri loro famosi "rivali"
non ci sono riusciti.
Io mi tengo stretti i Cure, nonostante debba
ammettere che il loro periodo migliore siano
stati gli anni 80.
..going away on a strange day.......