Gran personaggio, questo Seu Jorge. Cresciuto
nelle favelas di San Paolo, metropoli affascinante
quanto spaventosa, Seu impara presto cosa vuol
dire sopravvivere solo con le proprie forze, dormire
ogni notte in strada, rapportarsi con le terribili
bande di strada. Proprio una di queste, gli ucciderà
sotto gli occhi il fratello più piccolo.
La fortuna di Jorge è quella di essere
letteralmente raccolto da una compagnia di teatro
(di strada, naturalmente), dove egli sviluppa
contemporaneamente l’arte della recitazione
e quella del canto.
Prima di divenire nel suo paese una vedette cinematografica
grazie al ruolo ne “La città di Dio”
di Fernando Meirelles (2002), Seu conosce un certo
successo in ambito musicale già nella seconda
metà degli anni ’90, prima con l’ensemble
Farofa Carioca (mélange di samba), poi
coi Placet Hemp (hip hop). Incoraggiato dal responso
del pubblico, si lancia nel primo progetto solista,
“Samba esporte fino”, incensato dalla
critica brasiliana, album molto impegnato sul
cotè sociale. La fama dell’artista
passa l’Atlantico. “Cru” è
prodotto da Gringo da Parada, dj francese, co-creatore
e animatore della Favela Chic, locale molto cool
della capitale transalpina: dalle favelas di San
Paolo alla “favela” di Parigi, un
cambio più che accettabile…
Registrato a Itaipava, presso Rio, l’album
è stato assemblato decidendo di conservare
le “take 1”, quelle più intense,
emotive e spontanee. L’abbrivio di “Tive
razao” è esemplare: voce profonda,
vibrata, sofferta, strumentazione ridotta all’osso
– cavaquinho (una sorta di ukulele) e percussioni
– per una visione di un Brasile moderno
che si rinnova senza mai perder di vista le stelle
polari della tradizione (Jobim, de Moraes, Toquinho).
Il rinnovamento brasileiro lo si rintraccia specialmente
in “Mania de peitao” (synth con l’anima,
un po’ alla Rica Amabis) e nella chiusura
elettro-rap di “Eu sou favela”, denuncia
chiara e semplice in salsa samba felpato delle
inumane condizioni della gente delle favelas,
e di come i sogni più grandi siano legati
a una vita normale. Jorge s’impegna anche
in due cover, “Chatterton” di Serge
Gainsbourg, tradotta in brasiliano e di discreta
riuscita, e “Don’t”, della premiata
ditta Leiber/Stoller, un po’ scontata e
noiosa, il momento meno felice dell’opera.
Sono piuttosto da evidenziare quei pezzi in cui
Jorge è solo con la sua voce e la chitarra,
dove la sensualità e l’interpretazione
sono straordinariamente in primo piano. “Fiore
de la città” è un capolavoro,
ai cariocas piace cantare in italiano, non c’è
niente da fare, e spesso vengono fuori cose inaudite
come questa canzone morbida e liscia come seta,
resa ancora più intima dall’accento
e dalle sfasature linguistiche. Vertici altissimi
vengono toccati in “Sao gonça”,
“Una mujer” e soprattutto “Bola
de meia”, pezzo emozionante dove il carisma
dell’artista trasuda dal timbro confidenziale
e cavernoso della voce, capace di far svenire
molte rappresentanti del gentil sesso. Un gran
bel lavoro, un artista poliedrico dal quale è
lecito aspettarsi ancora di meglio, un Brasile
che riesce sempre a sorprenderci, accarezzandoci:
che cosa si vuole di più?