Sostiene David Crosby che ad un musicista occorrano
almeno quindici anni per poter dire di conoscere
in tutto e per tutto il proprio mestiere. Se vi
sembra troppo tempo, fate una cosa: prendete armi
e bagagli, e a costo di macinare qualche chilometro
in più di quanto imposto dalla pigrizia
e di sacrificare qualche ora di sonno, andate
ad un concerto di Crosby & Nash. Se non quest’anno,
la prossima volta che torneranno in Italia, magari
con un paio di date anche al sud, come al solito
trascurato dagli artisti internazionali. Se farete
ciò, avrete il privilegio di trovarvi faccia
a faccia con una delle più perfette incarnazioni
della Professionalità e del Mestiere, per
plasmare la quale ci sono voluti suppergiù
trentacinque anni.
La seconda data italiana del tour europeo 2005
(dopo Trento e prima di Torino, Milano e Roma),
ha offerto l’occasione per assaggiare dal
vivo alcuni brani del nuovo, inaspettato lavoro
del duo statunitense, pubblicato lo scorso anno
in due cd con il semplice titolo di “Crosby
Nash”: un album, il primo in studio dai
tempi di “Whistle Down The Wire” del
1976, dalle trame sonore antiche ma dai contenuti
aggiornati all’oggi. Un album nel quale,
come di prammatica per i due ex (?) figli dei
fiori, convivono ballate robuste come “Lay
Me Down” e “Puppeteer” e dolciumi
di classe come “Jesus Of Rio”, pacifismo
e polemica politica, le mai sopite doti compositive
di Crosby e la delicata vena hippie di Nash.
Ma ovviamente non è tutto. Snocciolati
lungo una scaletta davvero impeccabile, si sono
riascoltati brani ormai patrimonio indelebile
della memoria collettiva del rock: una “Guinnevere”
bella da mozzare il respiro, “Teach Your
Children”, “Déjà Vu”,
“Wooden Ships”, “Long Time Gone”,
“Our House”, “Marrakesh Express”,
“Cathedral” e altre chicche della
West Coast. È immutata la perfezione vocale
di questi due ultrasessantenni con il vizio dei
cori, dei controcanti e degli intrecci raffinati,
splendidamente supportati da una band diligente
nel semplice accompagnamento, talentuosa negli
assoli: Stevie Distanislao alla batteria e alle
percussioni, Andrew Ford al basso, un impeccabile
James Raymond (figlio di Crosby e membro dei CPR)
alle tastiere (piano elettrico, sint e organetto
a pompa), un mirabolante Dean Parks (ex Steely
Dan, nell’album “Aja” del ‘77),
all’apice della sensibilità musicale
sia alla lead guitar che alla pedal steel.
Quando Crosby attiva la sua classica voce soul-blues
lo show non può più salire: un suono
dalla perfezione imbarazzante, nel quale tutti
gli strumenti sono perfettamente distinguibili
nel rispettivo ruolo e correttamente amplificati,
nessuna distorsione nemmeno a due metri dai diffusori:
Professionalità, dicevamo, che si tocca
quasi con mano. Basterebbe solo provare ad allungare
un braccio verso quell’uomo con la pancia,
i capelli e i baffi bianchi: uno che dopo tante
traversie sanitarie e giudiziarie fa ancora spettacolo
e grande musica standosene immobile, lì
sul palco, con le mani in tasca.
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Crosby Stills & Nash - Crosby
Stills & Nash
Crosby Stills Nash & Young - Deja
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