È strano sentire parlare tutti di Cristina
Donà, dopo che per anni è rimasta
un culto per pochi. Ora vedi ovunque la sua faccia
spigolosa, chiunque ne parla come della punta
di diamante della nostra scena musicale, ora che
la sua musica viene fatta conoscere in tutto il
mondo, attraverso la Rykodisc.
Si può parlare di questo disco come di
un simbolo di una rinascita del nostro rock, di
una riscossa, di una rivincita della qualità
musicale della nostra scena su tante next big
things idolatrate ma povere di sostanza; si potrebbe
fare tutto questo, se solo non suonasse così
banale. E allora, certo, “Cristina Donà”
è un disco importante e simbolico, ma alle
orecchie di chi già conosce queste canzoni
suonerà inevitabilmente strano.
Undici brani, di cui solo “Goccia”
rimane in italiano, mentre, eccettuata una cover,
tutto il resto del disco è una riproposizione
in inglese dell’ultimo “Dove
sei tu”; un vero e proprio lavoro di
riscrittura, non solo di traduzione, con alcuni
arrangiamenti leggermente modificati e soprattutto
una resa della voce che la rende ancora più
calda e viva, impregnata degli umori e dei riverberi
delle stanze in cui è stata registrata.
Restano alcune piccole perplessità: la
riscrittura in inglese era davvero necessaria?
Forse sì, e il livello poetico dei testi
rimane identico alle versioni originali, e a volte
acquista nuovi significati (come in “Yesterday’s
film”), ma per chi conosce già i
brani la sensazione all’ascolto è
piuttosto straniante; a mio parere, poi, è
stato un peccato tralasciare canzoni come quelle
di “Tregua”
o di “Nido”,
forse meno rappresentative di cosa è la
Donà oggi ma più emotivamente potenti
nonostante la loro nuda e obliqua grazia, meno
perfettine di quelle di “Dove sei tu”.
Esaurite le critiche (che mi sembrano doverose,
specialmente in un coro unanime di elogi tardivi),
resta da dire della bellezza, perché anche
questo disco ne contiene, e molta; variano piccoli
particolari sonori, e la scoperta di questi dettagli
è il gioco più eccitante: una raffinatissima
introduzione di archi uscita che sembra uscire
da una radio d’epoca per “Yesterday’s
film”, l’attacco vocale di “Invisibile
girl” che sostituisce la splendida chitarra
acustica della versione italiana, una “The
Truman show” ancora più aggressiva,
i raddoppi della voce sulla toccante “Milly’s
song”… La passione per le cover, poi,
emerge da “How deep is your love”,
sorretta solo da una chitarra acustica: un’emozione
spoglia e profonda, che davvero ricorda quella
di Jeff Buckley
nell’affrontare canzoni altrui.
Questo è “Cristina Donà”,
insomma: un album di bellezza liquida, profonda,
di eleganza d’altri tempi mista ad aggressività,
ripiegato sul mondo interiore ed aperto a celebrare
la bellezza del mondo al di fuori di sé.
Ma tutto questo lo sapevamo già, ed è
molto bello che ora se ne accorgano tutti.
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