C’eravamo un po’ tutti abituati
male, forse; certo è che dopo i fasti dei
primi tre lavori di Devendra Banhart (senza mettersi
lì a contare EP, Split e collaborazioni
a vario titolo) riprendersi dalla sbornia non
è facile.
Cosa abbia spinto il più creativo tra
i cantautori folk attuali a dare alle stampe in
fretta e furia un nuovo, ulteriore tassello è
un vero e proprio mistero. Perché ad ascoltare
le tracce che compongono “Cripple Crow”
sembra di trovarsi davanti al più classico
dei materiali postumi, adatto semmai a un’operazione
nostalgica a evidente scopo di lucro: per capirci
meglio, (quasi) tutto ciò che è
presente in quest’ultimo lavoro mantiene
la struttura di quanto prodotto in precedenza,
solo che la rilettura odierna è decisamente
in chiave minore. Insomma, sono costretto a parlare
di un Devendra di serie B, fratello minore –
anzi, presumibilmente adottato – di quel
ragazzino pestifero, sognatore e geniale che con
“Rejoicing
in the Hands” non solo ha marchiato
a fuoco il ruolo del cantautorato nella sua accezione
contemporanea ma anche e soprattutto si è
erto a capofila di quel movimento ondivago e apolide
che è andato a ripescare le proprie radici
nel folk pre-war.
E proprio dalla forma standard del folk Devendra
si sta man mano allontanando, attratto da un lato
dalla jam session fricchettona in odore di psichedelia
e dall’altro da sonorità meno campestri
e più solari, quasi a voler ribadire ulteriormente
la sua non appartenenza stretta al tessuto sociale
statunitense (le canzoni in spagnolo, sì,
ma anche la copertina dove compaiono nativi americani
in posa beatlesiana o meglio ancora, à
la Incredible String Band). Un cittadino del
mondo, si sarebbe detto una trentina d’anni
fa.
Compagni di strada di questo profeta dinoccolato
sono ancora i Vetiver, gli amici di sempre, capaci
di dare corpo e carne alle intuizioni gentili
eppur schizofreniche di Banhart. Intuizioni che
l’autore poco più che ventenne dovrebbe
imparare a centellinare; anche qui, nel lavoro
meno luccicante, si fa l’incontro con piccole
perle colme di grazia e ricche di quella peculiarità
strabiliante che le vede capaci di dipingere acquarelli
emozionanti, tramonti colmi di una pace mistica
che è il punto d’incontro perfetto
tra lo zen e l’animismo tribale. Eppure
queste estasi momentanee perdono la loro efficacia
disperse come sono in un’orgia di brani
di cui nessuno, ne sono certo, sentiva la mancanza.
Ventidue brani sono troppi, soprattutto se si
considera che appena un anno fa tra “Rejoicing
in the Hands” e “Niño
Rojo” ne erano stati partoriti già
una quarantina. Devendra ha scelto anche stavolta
di dare tutto se stesso al proprio uditorio e
probabilmente ci sarebbe da essergli grato per
questa palese dimostrazione di onestà intellettuale.
Ma poi parte il cd e dopo quattro canzoni stai
lì assuefatto e in procinto di annoiarti,
sconfitto dalla prevedibilità del risultato.
E allora hasta la vista, Devendra, e alla prossima…
collegamenti su MusiKàl!
Devendra Banhart - Nino
Rojo
Devendra Banhart - Rejocing
In The Hands
Devendra Banhart + Cocorosie - Concerto
a Roma
Devendra Banhart + Entrance - Concerto
a Villa Ada (Roma)
The Incredible String Band - The
Hangman's Beautiful Daughter
Vetiver - Vetiver