Ovvero, come cercare di semplificare il bello
rendendolo vacuo. Tanto splendido era apparso
il mosaico di forme e sostanze che aveva preso
corpo in “Beaches & Canyons” quanto
inutile sembra ora il susseguirsi di suoni, borborigmi
e pause acustiche che si pone come file rouge
di questo secondo lavoro sulla lunga distanza
(la band ha la maledetta fissazione di spargere
EP in giro per il mondo neanche si trattasse di
polline).
L’ouverture affidata alla chitarra, a cascate
di suoni e a rintocchi asimettrici sfiora più
volte la pretenziosità più totale;
la casualità musicale figlia delle sperimentazioni
di John Cage non acquista alcuna forza nella struttura
sonora imbastita dalla band di Brooklyn. “Treetops”
e “Island” scompaiono velocemente
dalla memoria, attraversate da boati, rimbombi
e ticchettii, mentre finalmente in “Creature”
è possibile riscontrare un barlume di genialità.
La rilettura di un ambiente naturale – versi
di animali, in particolar modo – è
sovrastato e destrutturato da un lungo riverbero,
così come un apparente frinire di grilli
si deforma fino a diventare lo stantuffo di un
treno a vapore. Il mondo naturale e quello creato
dall’uomo cercano vie di convivenza forzata,
in un duello sonoro che acquista ora un senso
ulteriore, fra riflessi di organi, percussioni
sotterranee e suoni miscelati con sapienza.
I tour passati sul palco insieme agli Animal
Collective non sono passati invano. Peccato che
si tratti della classica eccezione atta a confermare
la regola, già con “Live Loop”
si torna nell’anonimato più totale
per sprofondare nel narcisismo e nella mancanza
assoluta di idee con “Skeleton”, che
vorrebbe proporsi come visione dell’oltretomba
senza riuscire minimamente nel compito. “Schwip
Schwap” è l’ennesimo intermezzo,
stavolta più divertito, a metà tra
una fiera campestre e l’epica teutonica;
non se ne sentiva assolutamente la necessità,
ma quantomeno non annoia (e visto il resto dell’album
è già tanto).
La conclusiva “Night Flight” riprende
il tema guida dell’open track portandola
all’estremo, in un flusso di suoni che ricordano
tanto il buon vecchio Amiga quanto il mitico C1P8
di lucasiana memoria, e andando a chiudere un
album brutto, prolisso e privo di idee. Stroncare
è il mestiere più ingrato del recensore,
stroncare in seguito ad una delusione diventa
un compito quasi insostenibile. Non resta che
sperare nel futuro, perché sarebbe un peccato
veder buttata al vento l’esperienza di un
album come “Beaches & Canyons”
a favore di una ridicola sequenza di suoni che
appare veramente arduo definire avanguardia.
collegamenti su MusiKàl!
Animal Collective - Sung
Tongs
Animal Collective - Intervista
(19-7-2004)
Animal Collective - Here
Comes The Indian