Com’è universalmente noto ci sono
molti modi di morire estremamente diversi fra
loro. C’è chi se ne va con un bang,
chi con un tonf, chi con uno splash: i Black Eyes,
dopo il bell’esordio dell’anno passato,
hanno deciso di abbandonarci con un cough. Un
rapido e quasi impercettibile colpo di tosse,
di quelli che ti fanno mettere perentoriamente
la mano davanti alla bocca nella speranza di non
aver dato nell’occhio.
E’ parere comune affermare che difficilmente
ciò che esce dalle fucine della Dischord
possa arrivare a deludere, e anche questo commiato
della band statunitense mantiene alto il nome
della label. Non che ci sia nulla in grado di
far strabuzzare gli occhi, sia chiaro, i difetti
che avevano impedito all’esordio di proporsi
come uno degli album dell’anno sono ancora
presenti: una formula, quella del funk che decide
di sposarsi con il punk, che inizia ormai a mostrare
la corda e sotto sotto l’incapacità
di gestire appieno il materiale sonoro a disposizione.
Eppure il brano di apertura “Cough, Cough/Eternal
Life”, nella sua affascinante litania rumorista
sorretta da un basso in perfetta linea dub sembra
promettere molto; nel momento in cui le chitarre
volano lontano in feedback indefinibili, la batteria
tiene un tempo jazzy, il tutto gravita a pochi,
pochissimi passi dal puro free-form, gli urli
si fanno decisamente punk, i fiati iniziano a
farsi sentire con prepotenza siamo già
immersi in “False Positive”. Quando
l’ago della bilancia sembra spostarsi in
territori più prossimi agli stilemi classici
della Dischord si respira aria da grande gruppo,
quando invece l’anarchia sonora prende il
sopravvento si ha la netta impressione di trovarsi
di fronte a ragazzi dalle belle idee ma ancora
incapaci di mettere a fuoco il centro della propria
ricerca sonora.
“Drums” è un’interessante
via di mezzo fra le due ipotesi, qui i fiati si
fanno largo in un tempo tiratissimo, stressato,
quasi insostenibile nella sua furia, “Scrapes
and Scratches” è sicuramente il brano
in cui la tessitura musicale risulta maggiormente
curata, ipnotico viaggio in un mondo capace di
ospitare al contempo un tempo da marcetta, un
basso dub e una serie di fanfare da fare invidia
al carnevale di New Orleans. Ma spesso questa
ricerca della fusione musicale cade in infantilismi
incomprensibili, come nella demenzialità
di “Another Country”, forse il peggior
brano mai scritto dalla band.
Insomma, l’incompiutezza resterà
impressa per sempre come marchio di fabbrica dei
Black Eyes, ora che hanno deciso di sciogliersi:
un vero peccato, visto che c’era sicuramente
la possibilità che, aggiustando la mira
e abbandonando ipotesi free inconciliabili con
il dna della band, questi cinque ragazzi con due
bassi e due batterie in line-up sfornassero un
capolavoro. L’album omonimo c’era
andato non troppo lontano, questo “Cough”
aveva rincarato la dose. Ripeto, peccato…