Chi si ricorda dei Rocking Chairs? Lo chiedo
a voi, perché io ero in fasce (eppure me
li ricordo). Chi sa dell’esistenza di Graziano
Romani? Lo chiedo a tutti, conscio di non ricevere
molte risposte, soprattutto tra i miei coetanei.
C’è gente che, ignorando deliberatamente
il fatto che tutti la ignorino, riesce a continuare
per la propria strada, senza compromessi né
peraltro inversioni di marcia. Sono ben sette
gli album che separano l’oggi del cantautore
emiliano dal suo passato nelle Sedie A Dondolo,
Sedie le cui schegge ora calcano ben altri palchi,
con le tasche rigonfie, a fianco di un figuro
che a quanto pare si è abituato bene ai
compromessi (per chi non lo sapesse, si tratta
di Ligabue…). Romani invece fonda un’etichetta
tutta sua, sforna un nuovo album solista e invita
due snobbati peggio di lui come Dirk Hamilton
e Brando a cantarci dentro.
Non è però soltanto l’onestà
e la coerenza del personaggio a colpire, le canzoni
ci sono, eccome. Esemplari in questo senso una
titletrack imponente anche nella sua versione
reprise solo voce e piano e le ballate “The
most crucial enemy” e “Turning another
page”. Aggiungere al tutto una band splendidamente
funzionale e dal tocco americanissimo, fiati e
armonica a condire il tutto.
Come dicevo, niente inversioni di marcia: solita
voce rocciosa, solito cantautorato dai riferimenti
precisissimi e saldi, tutti d’oltreoceano.
Non che l’ovvietà la faccia da padrona,
tutt’altro, però la stima per l’uomo
incide fortemente sulla valutazione, tanto da
rendere quasi impossibile uno sguardo obiettivo
e imparziale. Only for fans, magari, ma ciò
non vuol dire che scoprire ed apprezzare Graziano
Romani a partire da questo disco sia impossibile.