Ogni tanto capitano bei dischi a cui non si riesce
ad affezionarsi. Non aiuta ascoltarli più
e più volte, né serve adorare tutto
ciò che l’artista ha fatto finora:
una parte irrazionale di te scalcia, tira indietro,
si rifiuta.
È quello che succede a me con “Comfort
of strangers”, il quarto album di inediti
di Beth Orton: quattordici bozzetti folk dai quali
è completamente sparita l’elettronica.
Un disco di chitarra acustica, pianoforte e una
batteria solleticata con gentilezza. Musica che
porta con sé paragoni importanti come Sandy
Denny (“Countenance”), Carole King,
Emmylou Harris (citata fin dal titolo in “Pieces
of sky”) e le più belle voci del
cantautorato al femminile degli anni ’70.
Folk moderno, non fuori dal tempo come quello
del ritorno di Vashti Bunyan, tanto per intenderci:
le canzoni sono mosse da stacchi ritmici imprevisti
tra strofe e ritornelli (“Rectify”),
vibrano di colori e arrangiamenti perfetti (il
ricamo di pianoforte in “Shadow of a doubt”
è semplicemente meraviglioso, così
come l’intermezzo strumentale in “Conceived”),
sembrano più serene rispetto al passato.
E allora, direte voi, cosa c’è che
non va, cosa impedisce di amare questo disco?
Forse l’aver rinunciato alle sovrastrutture
electro ha tolto a Beth Orton il suo carattere
distintivo? Non è quello il punto: la capacità
di scrittura c’è sempre stata, e
non scompare a seconda degli strumenti usati;
il problema, forse, sono proprio le canzoni. Alcune
meravigliosamente belle, mentre altre si dissolvono
nell’aria come bolle di sapone non appena
si finisce di ascoltarle. Non brutte, ma un po’
inconsistenti.
Alla fine si torna sempre ai brani migliori,
e a quelli non so più rinunciare: l’uptempo
pianistico di “Worms” (immaginate
Fiona Apple
che scaglia la sua amarezza verbale su uno spartito
di John Lennon…), la dolce discesa delle
dita sulla chitarra in “Shadow of a doubt”,
le apparizioni improvvise dell’Hammond tra
le note empatiche della title-track, l’intensità
travolgente della voce (che il tempo ha reso più
scura) in “Heart of soul”, la malinconia
di “Feral children” e il pianoforte
sfiorato di “Pieces of sky”…
Il resto c’è, ma lo ascolti e scivola
via; torni ad ascoltarlo, e non si fa afferrare.
Ed è un peccato non potersi innamorare
di tutto quello che vedi o che senti. L’ingresso
di Beth Orton nell’Olimpo delle più
grandi è rinviato.
collegamenti su MusiKàl!
Beth Orton - Daybreaker
Animal Collective And Vashti Bunyan - Prospect
Hummer
Vashti Bunyan - Lookaftering
Fiona Apple - le
recensioni
John Lennon - Imagine