Tanta acqua sembra essere passata sotto i "ponti
elettronici" dei Chemical Brothers, dopo
l'ultimo controverso "Surrender". Ed
e Tom tornano con "Come With Us", un
album decisamente "dance" che ugualmente
non rinuncia a raccogliere vere e proprie "canzoni",
piuttosto che pure e semplici "tracce".
Sicuramente l'habitat naturale dei Fratelli Chimici
è la pista dei club, e ciò viene
immediatamente ribadito nella title track che
ha il compito di aprire il disco. Dopo un'introduzione
baroccheggiante, con una prolusione di scale alla
Dream Theater, ecco arrivare il tipico sound martellante
e sintetico del duo, arricchito da voci filtrate
e cori da stadio. Sicuramente uno degli episodi
più riusciti del disco.
L'arduo compito di mantenere il livello alto
dopo questo ottimo esordio viene affidato ad un
singolo, "It Began In Africa", brano
tribal trance, in cui le drum machine si mescolano
armoniosamente con percussioni "acustiche".
E proprio questo sapiente mix di "autentico"
e "sintetico" costituisce sicuramente
una delle cifre stilistiche più riconoscibili
di questo duo elettronico, che non ha mai disdegnato
brevi e fugaci flirt con sonorità e atmosfere
rock. Un bellissimo esempio in questo senso viene
dal singolo "Star Guitar", in cui il
riff portante è affidato ad uno strumento
"alieno" (chitarra? tastiera?) che comunque
ben simula una chitarra rock satura di compressori
e flanger. Uno dei pochi modi per far entrare
una Fender in un disco club.
Anche nel brano successivo, "Hoops",
il ritmo di drum machine che toglie il respiro
ad ogni sedicesimo viene accarezzato gentilmente
da finissimi strumenti a corda e da una specie
di mantra che si ripete all'infinito. Altro brano
non strettamente dance è il successivo
"My Elastic Eye", che gioca con un riff
di tastiera alla Goblin sostenuto da un basso
synth analogico. Sulla stessa linea d'onda troviamo
"Pioneer Skies", brano che si snoda
su un arpeggio di clavicembalo sintetico, giocando
su giri armonici molto anni '70.
Ma, come si è già detto, c'è
spazio anche per vere e proprie canzoni (forse
che gli Air hanno insegnato qualcosa al popolo
elettronico?). E così troviamo delicati
brani come "The State We're In", affidato
alla fragile voce di Beth Orton, o "The Test",
in cui il redivivo Richard Ashcroft si destreggia
egregiamente all'interno di un giardino di suoni
e colori vivaci e a tratti dalle sfumature rock.
La voglia di sperimentare e stupire certo non
manca. "Come With Us" è un disco
che sicuramente non annoia, e farà felici
sia i maniaci della disco sia gli amanti della
musica elettronica che, pur essendo un prodotto
indiscutibilmente "commerciale", offre
comunque numerosi spunti interessanti. Album come
questi ci illuminano chiaramente la via che prenderà
il pop nei prossimi anni. Non perdiamoli di vista.
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