YES - Close To The Edge (Atlantic, 1972)
di Federico Olmi
Comunemente
considerato "l'album" per eccellenza degli
Yes, nello stesso
anno di "Fragile"
e, ricordiamolo, di "Foxtrot"
dei Genesis,
esso porta a perfezione le loro caratteristiche
e li assegna definitivamente alla categoria dei
grandi. Qualcuno scomoda la definizione di pop sinfonico,
espressione di rara bestialità: cosa significa
"sinfonico" nel caso della musica leggera?
La musica degli Yes ha una personalità ben
precisa che non ha bisogno di generiche e superficiali
categorizzazioni, che creino artificiose dipendenze
da altri generi musicali. Vocalità tersa,
architetture sonore pulite e grandiose, strumentale
di tecnica vertiginosa: tutto questo è "Close
to the Edge", suite di circa 18 minuti che
apre il disco e che occupa, o meglio occupava, l'intero
lato A. Suoni di sentore bucolico, cinguettii e
gocciolare d'acqua: così si comincia. Poi
il resto viene con naturalezza impressionante. Il
brano risulta diviso in quattro parti, ma non ci
si fa caso; tale è l'omogeneità e
la coesione complessiva, la consequenzialità.
Musica scintillante, dove non sapremmo quale elemento
segnalare con più evidenza: sorvolando per
comodità sui tecnicismi di Bill Bruford alla
batteria o sulla "solita" abilità
di Howe e Squire, merita di essere segnalato l'uso
del timbro d'organo da parte di Wakeman il quale,
nel complesso, lascia un'impronta più evidente
qui che in "Fragile". Epocale il finale
della suite con Anderson a livelli celestiali: l'imponenza
sonora si smorza infine nella medesima delicatezza
da cui era sorta. E' un piacere, per gli amanti
del progressive, confrontare tra di loro suites
come questa, "Supper's Ready" dei Genesis
e "Il Giardino del Mago" del Banco
del Mutuo Soccorso, tutte e tre dello stesso
anno. Anche "And You and I" è divisa
in quattro parti, ma vale per essa, rafforzata,
l'osservazione già fatta per "Close.":
non ci sono variazioni assai rilevanti di tema o
di ritmo. E' un pezzo che si basa sostanzialmente
sul dualismo fra chitarra acustica, nei passaggi
più delicati, e tastiere, in quelli più
grandiosi. Ma è "Siberian Khatru",
che chiude l'album, l'autentica firma apposta in
calce al manifesto del "Yes-pensiero";
uno dei loro brani più rappresentativi: assai
mosso, dallo splendore sonoro abbagliante, quasi
ipertrofico, in cui le tastiere si fondono mirabilmente
con la sezione ritmica, sfoderando persino un timbro
di clavicembalo. Non chiedeteci tuttavia di sbilanciarci
ad affermare categoricamente che "Close to
the Edge" è il miglior disco degli Yes:
simili dichiarazioni perentorie non sono nelle nostre
corde. Concludendo: se, per fare i diavoletti, volessimo
proprio trovare un difetto al gruppo inglese, lo
si potrebbe rintracciare in una certa monotonia
della sezione vocale: l'estrema bravura di Jon Anderson
trova un limite nella mancanza di varietà
timbrica.
Dimenticavo: la copertina di Roger Dean, che
gioca sulle tonalità del verde, è
meno fantasiosa che in altre occasioni, ma molto
elegante.
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30 novembre 2000
