Piaccia o no, il signor Richard D. James è
un’icona della cultura pop: l’icona
più ostile, nascosta, scontrosa e inavvicinabile
che potesse esserci, ma pur sempre un’icona.
Non potremmo chiamare in altro modo chi ha reso
l’elettronica d’avanguardia un genere
avvicinabile alla massa, con genialità
sonore e visuali come “Windowlicker”
e “Come to daddy”.
Il problema, semmai, è che il pubblico
è rimasto lì, ad aspettarsi altre
perle del genere; e invece Richard è fuggito
via, lasciando tutti in attesa di un nuovo album
a nome Aphex Twin. Probabile, anzi, che quella
sigla sia quasi del tutto morta, mentre ora, a
nome AFX, esce questa “Chosen lords”
che raccoglie dieci dei quaratuno pezzi usciti
sugli undici EP della serie “Analord”.
Materiale non totalmente inedito, dunque, e non
solo perché già pubblicato: forse
per la prima volta, il genietto della Cornovaglia
non riesce a stupirci. Ci incanta, certo, ma non
ci sorprende più: forse anche lui è
rimasto bloccato alla metà degli anni ’90
come il suo pubblico, quando per certe sterzate
acide in base house la gente impazziva. Ora, un
suono del genere è ancora straordinario,
ma non è più nuovo.
Gli ingredienti restano i soliti: le mille rifrazioni
digitali squarciate da un organo e da cori angelici
(“Fenix funk 5”), il bombardamento
costante di impulsi sensoriali (“Reunion
2”), le divagazioni ambient (“Klopjob”,
perfino la vicinanza con la musica classica aggiornata
al futuro.
Come sempre, le definizioni restano completamente
inutili: la ritmica che accompagna il finale di
“Pitcard” avvicina il drum ‘n’
bass ma, non appena crede di essersi fatta ingabbiare,
svicola come un furetto in mille direzioni diverse.
Solo i geni riescono a fare dischi del genere,
questo è vero. Ma qui ci stiamo avvicinando
alla maniera e, genialità o meno, non è
mai un buon segno.