Ogni disco di Ry Cooder è un viaggio a
sè. Inutile cercare una continuità,
un tema ricorrente, un’uniformità
musicale. Stiamo parlando di un uomo alla perenne
ricerca di note nuove, di suggestioni rinnovate
e di enorme passione per le forme strumentali
più disparate, un uomo che in ogni progetto
in cui ha messo mano è riuscito a costruire
un vero e proprio “paesaggio sonoro”.
Devono essere veramente pochi quelli a non conoscere
le gesta del Nostro in quell’opera di ricerca
folkloristica che era “Buena Vista Social
Club” – esperimento di enorme successo
grazie anche a Wim Wenders, autore del documentario
di quel viaggio – lavoro che ha portato
in auge alcune glorie dimenticate della canzone
cubana come Ibrahim Ferrer, Omara Portuondo e
Compay Segundo. Ma qui le coordinate sono diverse,
ci spostiamo verso l’oceano Pacifico e,
più precisamente, nella città degli
angeli, dove Ry Cooder è nato e cresciuto.
Qui si narra la storia di Chávez Ravine,
quartiere povero alla periferia della grande metropoli
popolato in gran parte da chicanos letteralmente
raso al suolo negli anni ’50 per far spazio
all’odierno stadio di baseball dei Dodgers.
Un viaggio in quindici canzoni, attraverso i
bulli da periferia di “Three Cool Cats”
e l’ufo delegato di avvertire i messicani
dell’imminente distruzione – in barba
ai sindacati e alla parità sociale –
di “El Ufo Cayó”, dipingendo
le coordinate di quel paradiso dei poveri
(“Poor Man’s Shagri-La”) e la
disincantata descrizione di un nuovo vagabondo
che aveva la casa dove adesso c’è
la terza base del diamante (“3rd Base, Dodger
Stadium”), tanto per denunciare un progresso
antropofago che non guarda in faccia niente e
nessuno, quanto per far rivivere il fascino di
questa comunità e donarle l’immaginaria
immortalità grazie ad un’opera artistica
che torna a farle pulsare il sangue nelle vene.
Perché questo è quello che è
“Chávez Ravine”, sangue in
musica. Nonostante non ci sia durezza, non ci
sia violenza e le chitarre arpeggino delicate
mescolandosi a stili come il conjunto, il corrido
e la rumba. Ma è nelle parole che si deve
cercare il vero significato di queste suggestioni,
così come va parimenti visto sfogliando
le pagine del libro “Chávez Ravine,
1949” di Dean Normark – il primo a
fotografare la contadina bellezza di questo barrio
fuori dal mondo – e cercato laddove la memoria
non esiste, profanata dal business del più
americano degli sport.
Abbandonarsi alle immagini di questo disco non
è facile, in quanto lavoro talvolta eccessivamente
verboso e un po’ pesante, ma trovate le
necessarie chiavi di lettura non potrà
fare a meno di rapirvi e riportarvi in una città
che, degli angeli, ha solo la simulacra evanescenza.
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Compay Segundo - Calle
Salud