Un difetto persistente e spregevole dell’essere
umano è quello di ostinarsi a pressare
il carbone talmente forte da tramutarlo in diamanti.
Ne parlano i Celebration, di Baltimore ma newyorkesi
doc, per via dell’oppressione e dell’oscurità
melanconica che si propaga dalle casse non appena
inserisco il disco nel lettore. Le casse diventano
letteralmente grattacieli altissimi e agorafobici.
Il suono complessivo è una miscela improbabile
di new-wave, no-wave e dark-wave, condita e rallentata
da una buona dose di indierock anni ’90. Come
se gli Yeah Yeah Yeahs del primo album si trovassero
a fare i conti con delle tastiere sincopate, degli
organi snervanti e con loro stessi nella versione
acustica del nuovo album. Katrina Ford – una cantante
finalmente bruttina – rende l’atmosfera ricca
e satura d’ansia e depressione. David Bergander,
il batterista, si ostina a battere le pelli con
un certo nervosismo delicato e intermittente.
Ad accompagnarli, come un piccolo freak dai piedi
prensili, Sean Antanatis con una chitarra in mano
e una serie di organi e tastiere suonati con le
rimanenti estremità del corpo (posso confermare
dopo averli visti dal vivo. L’organo lo suona
coi piedi scalzi mentre strimpella la chitarra
senza battere ciglio). Completa l’apparato alienante
e stratificato qualche accenno trasognato di stampo
Blonde
Redhead – pochi, in verità, ma sufficienti
perché li si noti, in “Diamond” soprattutto.
Ma prima di continuare a scriverne devo prendere
fiato e scrollare la testa. Scusate.
La copertina disegnata da Katrina (sulla mia
c’è anche uno sghiribizzo nevrotico fatto
con una biro nera che difficilmente riuscirò
a spacciare per un autografo) rispecchia fedelmente
l’idea straniante del contenuto. I testi paratattici,
semplici ma ermetici, rendono il lavoro ancor
più incomprensibile, anche se non mancano
insulti e improperi lucidi verso l’inutilità dell’ideologia
neocon (vedi il testo di “War”). Le ballate, deliranti
ed affabili nenie, sono inni disperati all’inutilità
dell’amore tra persone alienate e racchiuse tra
le quotidiane, peccaminose pratiche della società
urbana, come quelle di “China”, “Lost Souls” e
le scopate trafugate sul sedile anteriore dell’auto
citate in “Tonight”.
C’è del blues denaturato da tastiere troppo
oscure, c’è l’abbandono delle speranze
di melodie reiterate eppure sempre diverse, la
nenia invisibile di una città troppo alta e troppo
grande perché gli abitanti riescano a stringere
rapporti che abbiano un briciolo d’umanità. C’è,
forse, la rassegnazione all’alienazione e la voglia
di sospirare e singhiozzare il proprio animo abbattuto.
Ne risulta un disco piatto, monotòno e
decisamente tutto uguale. Ed è forse questo
il suo pregio, come se, a forza di pressare carbone,
rimanesse solo carbone ancora più nero
del primo. Come se questa fosse l’unica, l’ultima
certezza di una vita prevedibile.
collegamenti su MusiKàl!
Yeah Yeah Yeahs - Show
Your Bones
Blonde Redhead - la Kalporzgrafia