Immaginatevi una corte dei miracoli in
procinto di partecipare a una festa di Carnevale.
No, meglio, un sabba infernale per freak
della West Coast. Macché, siamo ancora
lontani: forse una rilettura postmoderna delle
mitologie perdute? Mmm, poco soddisfacente…magari
un rito animista svolto sotto la tutela di un
circo? Ok, ci rinuncio ufficialmente: è
praticamente impossibile descrivere a chi non
ha avuto la fortuna (e probabilmente il coraggio)
di assistere a un concerto dei Caroliner Rainbow
le sensazioni che questo sestetto californiano
riesce a provocare.
In apertura c’è stato il brevissimo assaggio
musicale del duo romano dei Lendormin, chitarra
e batteria, impegnati in un noise urlato non particolarmente
dissimile dal frastornante rullo compressore messo
in atto negli ultimi anni dai Lightning Bolt,
con l’unica differenza che il duetto basso/batteria
statunitense ha molte cose da dire, i rumoristi
nostrani, almeno a prima vista, sembrerebbe di
no. Tocca poi a un terzetto, denominato per l’occasione
Special Guests, entrare in scena, con la sua improvvisazione
vagamente dadaista strutturata ed eseguita con
una classe da lasciare a bocca aperta: mentre
la batteria si divide fra minimalismi corrosivi,
improvvisi accenni di catarsi, ossessività
percussive e rumori completamente avulsi alla
deontologia classica dello strumento (vedasi bottiglie
di plastica accartocciate, fogli stropicciati
e via discorrendo) e la chitarra spazia da timbriche
pacificanti a distorsioni e giochi di feedback,
è al centro del palco – si fa per dire, non esiste
in realtà alcun gradino a dividere i suonatori
dalla folta platea disposta ad anfiteatro – che
si sviluppa il clou dell’evento. Colui che sembra
assumersi sulle spalle il peso del progetto (oppure
sarà stata solamente un’impressione dettata
dalla centralità della figura, quasi con la funzione
di spartiacque fra gli altri due elementi) si
divide tra i fiati e un basso pestato, ridotto
a mal partito in più occasioni, sfregiato,
quasi vilipeso nella sua essenza; ed è
l’apoteosi dell’improvvisazione.
Acclamati a gran voce da un pubblico entusiasta,
fungono da collante perfetto tra i Lendormin e
il devastante show dei Caroliner Rainbow. Che
fanno l’ingresso come ci erano stati descritti,
come un po’ tutti ce li aspettavamo: in fogge
del tutto improponibili, con corna, ectoplasmi
di animali, fugaci apparizioni cubiste e i colori
perfettamente in tinta con lo sfondo, tutto un
turbinio di gialli, verdi, rossi. Colori primari
come primario è il loro approccio musicale:
pronti a lanciarsi in marce sbilenche e deliranti,
tra urla a pochi passi dal metal, riflessi orientaleggianti,
bassi e chitarre wave, organo psichedelico e uno
straniante quanto indiavolato mandolino – farà
la sua apparizione anche un banjo, a rivendicare
il rapporto della band con le radici del suono
americano -, i Caroliner Rainbow sono un fiume
in piena, apparentemente inarrestabile, pronto
a passare sopra il pubblico, a tirare oggetti,
a sbattere l’uno contro l’altro. Tra stasi e ripartenze
sempre più angoscianti questo spettacolo
a metà tra la demenzialità e l’horror si
protrae per più di un’ora. Tra l’uditorio
c’è chi, stupidamente, scambia la foga
animalesca, quasi tribale della band per un ritorno
di fiamma del punk duro e puro e si scatena in
un pogo grottesco e francamente risibile.
In realtà quello a cui il pubblico romano ha
assistito è stato il concerto di una creatura
nata da un incrocio tra i Residents, i barboni
di David Peel e la Lady in the Radiator
descritta in maniera sublime da David Lynch in
Eraserhead. L’accostamento con l’universo
di Sleepy Hollow fatto da Enrico Biagini in un
articolo apparso su “Blow Up” è quanto
mai azzeccato: i Caroliner Rainbow mettono effettivamente
in scena l’America rurale, provinciale, lontana
dalle metropoli smog/metallo/business ma ne esasperano
i contenuti mostrandone il volto meno rassicurante,
il lato oscuro e nascosto, l’incubo celato dall’apparente
calma – un po’ probabilmente come il mondo altro
in cui si immerge Donnie Darko nella pellicola
di Richard Kelly -. E lo fanno mescolando alla
visionarietà l’eversione, l’anarchia, la
follia. E così possibile che i membri del
combo non più in grado di stare dietro
al tonitruante rimbombare della musica si mettano
in un angolo a ballare indisturbati o si scambino
gli strumenti, rubandoli letteralmente dalle mani
dei compagni.
Quando, dopo più di un’ora, i sei abbandonano
la contesa, un’idea mi si fa chiara nella mente.
Venghino, siore e siori, ad assistere al grande
spettacolo del Circo Caroliner Rainbow: tutte
le bestie più terrificanti del mondo conosciuto
si esibiranno solo per voi! Sì, ma
nelle gabbie stasera c’eravamo noi…
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