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GIACCONE & CONGIU
Una canzone senza finale (Santeria / Audioglobe, 2004)
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di Daniele Paletta scrivi un'email

Qualcuno deve aver detto ai musicisti italiani che non è più tempo di vergognarsi della tradizione, di cercare di nascondere e di sporcare le melodie: nell’arco di un mese mi giungono alle orecchie prima il debutto dei Non Voglio Che Clara, fotografie in bianco e nero di una malinconica Italia anni ’60; subito dopo questo album voluto da due musicisti, Giaccone e Congiu, provenienti da una Torino più nascosta (quella dei Franti e dei Kina – band in cui Giaccone ha militato – ma anche quella di Lalli, dei Perturbazione e dei Truzzi Broders) ma ricca di tesori, che va ad omaggiare direttamente la nostra canzone d’autore, mischiano alto e basso, intimismo e sociale.

Anche se è diventata una pratica comune, non è facile fare un disco di cover: fedeltà o stravolgimento dei brani? “Una canzone senza finale” si mantiene in gran parte vicina alle atmosfere originali, soprattutto per quelli che ormai sono diventati i nostri standard: “Vedrai vedrai” di Tenco è resa preziosa da una chitarra acustica elegante ma viene un po’ appesantita dagli archi, mentre “Lindbergh” (di Fossati) vola alta attorno al pianoforte e al clarinetto.

Dove Giaccone e Congiu osano di più è con brani meno noti, come “La corda di vetro” dei Perturbazione (un vero gioiello da riscoprire, forse il punto più alto del disco) o “La mia faccia” di Lalli, che viene spogliata di tutta la sua tensione elettrica e avviluppata dal contrabbasso in un singhiozzo jazzato; le atmosfere delicate si accendono in pochi momenti, come nella imprevista “T’ho visto in piazza” dei Truzzi Broders, o in una “Vedi” fortemente ritmata.

Ciò che colpisce maggiormente del disco è la vocalità di Stefano Giaccone, capace di piegarsi alle esigenze delle canzoni, fino ad assomigliare in ogni canzone ai suoi interpreti originali: un’immedesimazione nelle trame dei brani che ha del sorprendente.
Ci sono anche due canzoni autografe, che rispecchiano i poli opposti del disco: mentre Congiu crea un importante spaccato di alienazione quotidiana tra i clangori industriali e il recitato di “Fabbrica”, Giaccone sceglie una via più dolce, intima, con la splendida melodia elettroacustica di “Come mi amerai”.

Un disco di non facile collocazione, all’interno del nostro panorama indipendente: sembra quasi che omaggiare le proprie radici sia un rischio, e non un’operazione necessaria. È da questa tradizione che vogliono ripartire Stefano Giaccone e Mario Congiu, e il loro sguardo al passato non può essere che colmo di soddisfazione: la loro ma anche la nostra, per aver ricordato.


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1 novembre 2004


Track list:

1. Le storie di ieri (F. De Gregori)
2. T’ho visto in piazza (Truzzi broders)
3. Come mi amerai (S. Giaccone)
4. Vedrai vedrai (L. Tenco)
5. Vedi (P. Manera)
6. Lindbergh (I. Fossati)
7. Il monumento (E. Jannacci)
8. Canzone della triste rinuncia (F. Guccini)
9. Da mae riva (F. De André)
10. La corda di vetro (Perturbazione)
11. Fabbrica (M. Congiu)
12. La mia faccia (Lalli)



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