Chi scrive aspettava da tempo l’edizione
antologica delle canzoni di Remo Remotti, ma forse
sarebbe il caso di fare alcune specificazioni
sull’essere umano Remo Remotti, prima ancora
che sul cantante. Poeta, scrittore, attore teatrale
e cinematografico, pittore (con opere esposte
alla Biennale di Venezia e alla Berlinale) e,
si scopre nelle note interne della confezione
del cd, anche canottiere. Rigorosamente sul greto
del Tevere e rigorosamente in compagnia di personaggi
tutt’altro che di prima vista. Perché
è qui la grandezza di Remo Remotti, la
sua capacità innata e folle di essere parte
della scena meno visibile – meno volutamente
visibile, perché gli onori della gloria
sono vacui e di facciata -; quella grandezza che
lo fa apparire sanamente pasoliniano laddove buona
parte del mondo artistico romano gioca semplicemente
a esserlo.
Quella grandezza che lo mette accanto a un altro
emerito figlio di Roma come il rimpianto Nico
D’Alessandria, e che al di là delle
partecipazioni ai film di Marco Bellocchio (“Salto
nel vuoto”), Mauro Bolognini (“La
signora delle camelie”) e Franco Zeffirelli
(nell’altamente mediocre “Otello”)
ce lo fa ricordare eternamente nell’eccezionale
Freud messo in scena in “Sogni d’oro”
di Nanni Moretti – con il quale gira anche
“Bianca” e “Palombella rossa”
-, nei film di Romano Scavolini (“A mosca
cieca” e “La prova generale”),
nel divertente “La terrazza” di Ettore
Scola, nel bellissimo cortometraggio “Il
pranzo onirico” di Eros Puglielli. Perché
è lì che esce fuori l’anima
così popolare e al contempo anarcoide di
Remotti, intenzionato a dire tutto sempre in faccia,
con una strafottenza e un senso di sottile disprezzo
che forse solo i romani sanno avere, e che dimostra
in pieno la canzone che apre “Canottiere”;
“Roma addio”, musicata dai Recycle
e narrata da Remo – ah sì, dimenticavo…i
brani sono tutti parlati – è la messa
in parola di un rapporto di amore e odio continuo
e ineluttabile verso una città colma di
difetti eppure che appare impossibile (almeno
per chi c’è nato) non amare alla
follia: dentro l’addio alla Roma degli anni
’50, che comunque in parte resiste in quei
quartieri dove le ondate di migrazione non hanno
distrutto le radici popolari, a Garbatella come
a Testaccio, a Centocelle come al Mandrione, c’è
tutta la capitale nelle sue debolezze e nelle
sue peculiarità dalla “Roma del volemose
bene e annamo avanti” a quella “degli
appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali”
ma anche e soprattutto “quella Roma delle
suore, dei frati, dei preti, dei gatti”,
la Roma che “è mejo de Milano”,
dei mille bottegai, delle fontanelle, degli ex
voto, dove chiunque è pronto a chiederti
“che me dai ‘na sigaretta?”.
Uno dei più acuti e coinvolgenti sfoghi
letterari – ma anche puramente corporei,
con quella voce che va verso l’ineluttabile
raucedine come un urlo infinito – e al contempo
la più delicata e struggente delle dichiarazioni
d’amore. Perché solo chi ama qualcosa
riesce a descriverla con una tale chirurgica precisione.
Dispiacerebbe dover tralasciare il resto, con
lo straordinario monologo “Noi non riusciamo
più a vedere” dedicato all’impossibilità
della verginità della vista nella nostra
società (“una mucca, signori, una
mucca è Segantini, una pecora è
Buñuel, una capra è Picasso…un
cavallo, non ricordo di che colore, un cavallo
dei carabinieri è Fattori”) e con
l’universo femminile scandagliato attraverso
i personaggi di Silvana, Rosa (“sembravi
Rosa Luxemburg e mi amavi perché dicevi
che io assomigliavo a Carlo Marx”), Rossella,
Antonella e Barbara, ma certo è che l’apertura
– e chiusura – affidata a “Roma
addio” sono segnali inequivocabili della
centralità di un pezzo di così appassionata
classe all’interno dell’opera di Remo
Remotti. Che è un piacere vedere pubblicato
a livello nazionale, nella speranza che salga
definitivamente alla ribalta, anche se in tarda
età. Perché Remotti è uno
che dell’età se n’è
sempre bellamente fregato e, forse, è riuscito
a fregare anche l’età stessa, se
è vero che è tutt’ora possibile
incrociarlo nei locali di Roma – il ricordo
di un suo show pochi anni fa alla Locanda Atlantide
di San Lorenzo è ben piantato nella mia
testa -, sempre con la sua franchezza e la romanità
che gli si legge in faccia (e pensare che in una
puntata di “Derrick” faceva il napoletano!).
Quella romanità delle ciocie, dei
mortanguerieri, delle mosciarelle,
dei supplì, di Ninetto er regazzetto
der Tufello, quella romanità che è
possibile ritrovare – forse addirittura
suo malgrado – in questo “Canottiere”
di Remo Remotti. Che non sarà mai probabilmente
l’album dell’anno e non è neanche
corretto considerare solo ed esclusivamente un
lavoro musicale, ma che consiglio caldamente a
tutti. Per poter entrare in contatto con un personaggio
oscuro dell’arte italiana (estremamente
colto e popolare allo stesso tempo), e per poterlo
fare prima di essere costretti a dire “peccato
averlo conosciuto solo ora”.