Lo diciamo subito? Lo diciamo subito. Se “The
Campfire Headphase” ha un difetto, e neanche
questo è certo, è solo la mancanza
di imprevedibilità. Ecco, fatto. Ci si
è tolti il peso di identificare l’unico
possibile neo del nuovo album del duo elettronico
scozzese, ora tutto il resto può essere
analizzato con il cuore sgombro di patemi. Non
ci si può sempre aspettare mezze rivoluzioni
da chi ne ha già fatte… che le facciano
gli altri! E poi, a ben vedere, i Boards Of Canada
in questo “The Campfire Headphase”
hanno comunque operato un grosso, marcato cambiamento:
l’uso delle chitarre, non esasperato o invadente
ma grandemente di riferimento. Non è
un’apertura inattesa o innaturale (è
in linea con l’attuale trend di alcune produzioni
elettroniche che cercano di umanizzarsi)
ma è comunque una scelta non di poco conto.
Una piccola evoluzione.
Per questa via alcuni pezzi assumono un climax
un po’ post-rock alla Mogwai (“Satellite
Anthem Icarus”, “Hey Saturday Sun”),
le visioni sonore diventano più luminose
e colorate (“Chromakey Dreamcoat”)
e le chitarre – in questo caso sgranate
– aiutano alcune magnifiche aperture, come
ad esempio quella al minuto 2:06 di “Dayvan
Cowboy”. Dopo 60’’, 60’’
e poi 6’’… Ma non ci interessano
quelle alchimie algebriche da apprendisti stregoni
che il mondo intero si era affannato a ricercare,
dopo le allusorie dichiarazioni degli stessi B.O.C.,
in “Geogaddi” (che dura 66’06
e che rippato nell’hard disk ha una
dimensione di 666 megabyte). Probabilmente i due
fratelli continuano a giocarci, ma quello che
conta è la musica. O, meglio, i suoni.
Suoni acquatici (“Sherbet Head”),
suoni di rifrangenze (“Oscar See Through
Red Eye”), suoni di nebbia (“Farewell
Fire”). Non è vero che “The
Campfire Headphase” è poco scuro:
la prima parte del cd è sì una rappresentazione
diurna, ma come di un lago ghiacciato: paesaggio
comunque asfittico e indefinito. Poi nella seconda
parte cala la notte anche sul lago ghiacciato
(“Slow This Bird Down”) e c’è
solo una luna crescente ad illuminare il tutto.
Una differenza importante da rimarcare rispetto
al penultimo lavoro è che, mentre “Geogaddi”
è un disco che ha bisogno – per essere
goduto appieno – di essere ascoltato tutto
d’un fiato, con le sue pause, le sue ripartenze,
“The Campfire Headphase” può
essere assunto facilmente anche con canzoni singole.
E’ più fruibile, più commerciale
potrebbero dire alcuni: per noi è semplicemente
più accessibile. Perché a volte
non hai un’intera ora per immergerti completamente
in un disco, e vorresti poterne godere anche di
piccoli pezzi. Quasi tutte le canzoni dell’ultimo
dei “canadesi”, infatti, vanno al
dunque e contengono in esse tutta l’atmosfera
dell’opera, mentre le congiunzioni sonore
sono ridotte al minimo (“A Moment Of Clarity”
e “Ataronchronon”).
Volete il brivido dell’imprevisto? Non
cercatelo qui. Volete qualcosa che renda l’inverno
ancora più imponente e spaziale come una
distesa innevata? Ecco, allora ci siamo.