Prendete un quadrato e scrivete questi nomi lungo
ciascun lato: Fabrizio
De Andrè, Ivano Fossati, Marco
Parente, Devendra Banhart. Tracciate le diagonali
e nel centro esatto dovrebbe spuntare fuori Alessandro
Grazian, giovane cantautore veneto il cui esordio
discografico è una preziosa folata d’aria fresca
nello stagnante panorama della canzone d’autore
italiana. Fondamentalmente si tratta di sensazioni
ermetiche che tendono alla catarsi e che si esplicitano
su testi in cui Alessandro gioca con la lingua
italiana, utilizzando registri bassi e popolari
insieme a termini meno intuitivi e correnti. Il
tutto appiccicato con somma maestria alla musica.
Il risultato è quindi un cantato melodioso che
si incolla perfettamente agli arrangiamenti (curati
in prima persona da Alessandro e Enrico Gabrielli
dei Mariposa e Giambattista Tornielli).
Ma veniamo ai riferimenti del quadrato. Di De
Andrè, Alessandro ha la scioltezza lessicale,
la capacità recitativa e il piglio ironico con
cui tratta tematiche non certo sorridenti (“Ammenda”
su tutte). Di Fossati ha preso il distacco ermetico,
parlando spesso di sensazioni personali difficilmente
riconducibili ad uno scibile universalmente noto
(“Santa Sala”, dedicata ad un amico scomparso).
Di Marco Parente ha la stralunata visionarietà
e l’eclettismo strumentale che, pur muovendosi
in un terreno poco propenso alla sperimentazione
(il folk), riesce a creare affascinanti ghirigori
capaci di non passare inosservati (“Prosopografie”,
“Vado A Canossa”). Di Devendra Banhart, infine,
Alessandro riporta la musicalità della voce, la
leggerezza del tocco della chitarra e la perfetta
adesione delle parole alle note.
Non escludo che questo mio ardito parallelo geometrico
possa risultare pretestuoso, ma se vi capita di
imbattervi nel mondo di Alessandro Grazian, tutti
i tasselli andranno nel posto giusto e non potrete
fare finta di non notarlo. Non per la prepotenza
della sua proposta, ma per la personalità insita
nella sfuggevole delicatezza di questo piccolo
disco. Che se da un lato parte senza premesse
se non quella di descrivere il suo autore con
autoreferenzialità, dall’altro sembra proprio
l’antidoto per le giornate di pioggia. Pare una
cosa stupida, ma ad abusarne non si corre pericolo
alcuno, qui dentro c’è un mondo che aspetta solo
di essere scoperto.
collegamenti su MusiKàl!
Fabrizio De Andrè - le
recensioni
Ivano Fossati - Lampo
Viaggiatore
Marco Parente - le
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Devendra Banhart - Cripple
Crow
Devendra Banhart - Nino
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Devendra Banhart - Rejoicing
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