Si dice che una volta abbia posticipato un tour
perchè non gli piaceva la foto sul passaporto.
In realtà, dietro l'eterna immagine snob,
Bryan Ferry a 57 anni non solo ha fascino e carisma
da vendere ma è anche un grande professionista.
Lo ha dimostrato a Roma dove è riuscito a
portare a termine una serata storta, con la minaccia
della pioggia e un leggero mal di gola che ha ridimensionato
la scaletta.
Sul palco lo accompagna una band affiatata guidata
dagli amici di sempre, Paul Thompson alla batteria
e Chris Spedding alla chitarra.
Mister Ferry non poteva certo fare a meno della
presenza femminile (vedi le celebri cover dei Roxy
Music) ed ecco accanto a lui tre valide coriste
(vestite di bianco), la percussionista Julia Thornton
e la piccola vichinga Lucy Wilkins al violino e
alle tastiere, in un ruolo ricoperto da Eddie Jobson
negli anni settanta.
A parte tre estratti dal recente "Frantic"
le canzoni in programma ripropongono in gran parte
i vecchi classici. Il cantante di Newcastle riesce
ad evitare la solita serata nostalgica grazie alla
sua fascinosa presenza da dandy e a un sound dal
tocco epico e sensuale che da sempre lo contraddistingue.
Si inizia con "It's all over now baby blue",
un omaggio sincero a Bob
Dylan bissato nella versione di "Don't
think twice it's a allright" per piano e voce.
Un altro mito come John Lennon rivive in una grintosa
"Jealous Guy".
Non mancano i due hit personali, il travolgente
rock'n'roll di "Let's Stick Together"
e il romanticismo pop di "Slave to Love."
Il meglio arriva alla fine con le riproposte targate
Roxy Music, la storica "Virginia Plain"
(anno 1972), "Love is The Drug" e la conclusiva
"Do The Strand" e il suo inconfondibile
piano martellante, creato nel 1973 da un certo Brian
Eno. Poi Bryan Ferry saluta e torna nel privato.
Schivo e riservato negli ultimi anni si è
quasi eclissato dalla scene pur rimanendo uno dei
più influenti front-man di sempre.