Nel momento di maggior fulgore della sua creatività,
ormai già simbolo di una generazione in
lotta, dei fratelli maggiori di quei ragazzi che
solo tre anni dopo metteranno a ferro e fuoco
il quartiere latino a Parigi, Bob
Dylan elabora e porta a termine quello che
forse può essere considerato il suo capolavoro
- insieme a "Blonde on Blonde" dell'anno
successivo -. In un Greenwich Village ormai patria
del folk, in un panorama musicale che cerca ogni
secondo che passa di sfornare un nuovo menestrello,
Dylan ribadisce la sua unicità e la sua
originalità.
L'attacco di "Subterranean Homesick Blues"
è inaspettato e travolgente, swing mischiato
ad un rock classico trascinante, con la solita
armonica a bocca di supporto. Il cantautore, con
i suoi giochi di parole (avete mai letto "Tarantula"?),
parla della società americana con un divertito
sarcasmo, irresistibile, mette alla berlina i
difensori del pudore e della legalità,
ma anche la stupidità degli intellettuali
dell'East River. Dopotutto Dylan è il portavoce
della massa, novello Joe Hill, non certo dell'intellighenzia.
"She Belongs to me" è una canzone
d'amore splendidamente accompagnata dalla batteria
("She's an hypnotist collector, you are a
walking antique"), mentre in "Maggie's
Farm" si torna ad odiare il padronato, gli
ordini, gli obblighi che la società cerca
di imporre. La rabbia di Dylan è genuina
e pervade l'aria di elettricità.
Nuovo brano d'amore nell'inimitabile "Love
Minus Zero/No Limit", vera gemma nascosta
di un'iperproduzione. La musica è splendida,
il testo è forse il più bello che
una canzone d'amore abbia mai proposto ("My
love she speaks like silence, without ideals or
violence"). "Outlaw Blues" e "On
the Road Again" sono due blues ispirati dal
Be Bop tanto caro a Jack Kerouac e ai compagni
della beat generation, e non aggiungono nulla
al valore dell'opera artistica di Dylan; fungono
invece da spartiacque. Nella prima parte rimangono
infatti i brani più spinti, più
vicini al rock che irromperà presto "come
una pietra che rotola", mentre nella seconda
stanno per arrivare cinque indimenticabili brani
folk. Il menestrello ha cambiato faccia, sì,
ma non anima!
L'attacco è dato dalla visionaria "Bob
Dylan's 115TH Dream", dove l'ascoltatore
entra nei meandri della mente del menestrello
e cerca di decodificarne segni incomprensibili
eppure pieni di significati, come nell'ironico
finale in cui Dylan, incontrando sul molo di New
York le tre caravelle di Cristoforo Colombo, non
riesce a far altro se non augurargli "Good
Luck"; seguita a ruota dal capolavoro dell'album,
forse la canzone più bella di Dylan, "Mr.
Tambourine Man", dove parlando di un semplice
spacciatore, vengono condensati tutti i sogni
e le ansie di una generazione, che cerca una via
di fuga artificiale ad un mondo che ha rinunciato
a combattere e che desidera ormai soltanto dimenticare
("With all memory and fate driven deep beneath
the waves/ let me forget about today until tomorrow").
Chiudono l'album, come ipotetico trio, "Gates
of Eden", ennesima critica al mondo e al
modo di vivere borghese, "It's Alright, Ma
(I'm only bleeding)", dove viene descritto
il dolore come filosofia e si ricerca un nichilismo
intriso di malinconia e dolcezza (la canzone è
una delle pietre portanti della colonna sonora
di "Easy Rider" di Dennis Hopper) e
la dolce canzone d'amore "It's all over now,
Baby Blue" dove si parla della crisi di coppia
e della delusione. Un album praticamente perfetto,
dove ogni tassello trova la sua giusta collocazione
e dove viene divisa perfettamente la parte elettrica
(l'ironia, il gioco di parole, l'amore allegro)
da quella acustica (la malinconia, il dolore,
l'amore sfuggito). Una pietra miliare.
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