David Berman è un autore del tutto speciale.
Uno che se ne esce con un disco capace di stenderti
e che poi sparisce per un paio di anni senza dare
notizie. David Berman è un tipo fatto così.
Ha frequentato l'università insieme a Stephen
Malkmus, ma, in tutta sincerità, non ha
niente da invidiare al vecchio compagno di studi.
Perché i migliori testi della musica indipendente
americana, e non solo, escono dalla sua penna.
Canzoni come fossero racconti, storie strappate
ad una pagina di Raymond Carver.
Uno che riesce a scrivere cose belle e intense
come "Ogni pensiero è come un colpo
in faccia" per intenderci. Oppure, citando
la celebre "Sunday Morning" dei Velvet
Underground, "Sono sul lato sbagliato della
domenica mattina". Capace di rendere tutta
l'ironia e l'amarezza del destino usando pochi
accordi di chitarra, come dimostra "I Remember".
E uno in grado di scrivere canzoni che vi prendono
e non vi lasciano più. Melodiche e indolenti,
classiche a modo loro eppure suonate con la pigrizia
dei Pavement.
In questo nuovo "Bright Flight", il
quarto lavoro a portare la firma dei Silver Jews,
l'aria che si respira è quella di Nashville
e della tradizione musicale americana. Anche se
poi quello che risalta è il talento di
Berman, autore di una scintillante collezione
di canzoni, partendo dalla deliziosa "Slow
Education" e dal suo luminoso ritornello,
passando per piccole gemme come "Room Games
and Diamond Rain" e dalla live andatura country
di "Tennesee", o per lo scombiccherato
e divertentissimo honky tonk di "Let's Not
and Say We Did". Toccando l'epicità
del Neil Young elettrico, "Time Will Break
the World", e l'aria di dolce sconfitta di
cui è fatta "Horseleg Swatikas",
forse la migliore del mazzo.
Fino al commovente abbandono di "Death of
an Heir of Sorrows", la più disarmante
ballata ascoltata nell'anno appena trascorso.
L'ultima di una raccolta di canzoni memorabile.
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