A guardare la copertina del freschissimo esordio
solista di Brett Anderson (in un passato non troppo
lontano voce di Suede e Tears) si ha come l’impressione
che l’ormai quasi quarantenne cantante londinese
sia da poco riaffiorato da una lunghissima e travagliata
degenza ospedaliera. Volto asciutto e scavato,
colorito pallido, uno sguardo torvo e perso a
rimuginare nel vuoto, Anderson ha tutta l’aria
di un reduce, e forse lo è davvero,
così come reduci sono probabilmente
tutte le persone che si accosteranno a questo
disco. Reduci di un epoca del pop britannico che
non ritornerà e che nemmeno le carezze
di queste undici nuove canzoni riusciranno a ridestare
dal suo torpore.
Ma in fondo questo c’era da aspettarselo: sulla
falsariga di Jarvis Cocker o Richard Ashcroft
anche Anderson decide di realizzare un album intimo
e bisbigliato, ombroso e autunnale, scritto in
bella grafia su fogli di una pergamena strumentale
sottile e trasparente. Le canzoni si dispongono
come schegge di uno specchio andato in frantumi
e ognuna ruba un pezzo dell’Anderson che fu o
che avrebbe potuto essere. Si comincia con “Love
is dead”, piccola bomboniera pop ornata da vezzose
rifiniture orchestrali di stampo bacharachiano,
con la quale un Anderson stanco e disilluso si
costruisce un dorato esilio mentale. La successiva
“One Lazy Morning” sembrerà ai più maliziosi
un vecchio valzer incartapecorito dai meccanismi
piuttosto rugginosi che finisce con lo sproloquiare
melodie e idilli domestici in puro “coldplayese”,
contraffatto per giunta. Le cose peggiorano ulteriormente
con “Dust and Rain” che barcolla pericolosamente
su un baratro di chitarre infeltrite prima di
aggrapparsi ad un ritornello glam infelice e piuttosto
faticoso. Per tacere poi di “Intimacy” che in
teoria sarebbe un brano elettropop ballabile degno
della migliore tradizione brit, se solo la sezione
ritmica non gli fosse stata estirpata con la forza
fino a renderlo del tutto bolso e cascante. Con
“To The Winter” si scivola già nelle paludi
dell’autocitazione più selvaggia, con il
ritornello cadaverico che cannibalizza i giri
melodici dei primi due pezzi… Questo per quanto
riguarda le cose inutili o brutte.
Da “Scorpio Rising” il disco ricomincia a prendere
quota e si riaffaccia qualche sparuto episodio
di maggior spessore compositivo. La succitata
canzone ha un movimento sinuoso che ricorda “Lost
in Tv”, uno dei pochi momenti musicalmente gradevoli
dell’ultimo controverso album dei Suede, e si
schiarisce in un ritornello aurorale e intriso
di amarezza, involontariamente vicino a certe
atmosfere di frontiera formato “Desperado”. La
successiva “The Infinite Kiss” è forse
il pezzo migliore della raccolta e urterà
terribilmente gli animi dei più suscettibili
per la sua struggente stucchevolezza, ma Anderson
è pur sempre un musicista che ha fatto
del continuo rischio di scadere nel kitch una
nobile e venerabile arte (come del resto anche
i suoi maestri Bowie e Morrisey), e quindi qualche
svolazzo di gratuito narcisismo gli deve comunque
essere concesso. “Color of night” sussurrata in
punta di pianoforte e archi, ha il sobrio e anonimo
decoro della tappezzeria floreale di un qualche
interno borghese stile Impero. In “The More We
Posses, The Less We own Of Ourselves” Anderson
riversa invece le sue passioni per l’Opera e il
risultato ( a tratti simile ad una versione tascabile
del classico suediano “Still Life”) non dispiace
affatto. “Ebony” ha un profilo più dimesso
e garbato che ripiega mollemente in sé
stesso, in un gioco di cori soffusi e jingle jangle
crepitanti di byrdsiana memoria. Conclude “Song
For My Father” che allarga i suoi cerchi orchestrali
ad un ritmo sempre più lento, fino a specchiarsi
in placide e rafferme acque di pop stiracchiato.
Che dire? Un disco che non raccoglierà
grandi consensi critici e finirà con il
deludere le aspettative di qualche fan più
esigente, un disco al quale sarebbe già troppo
chiedere di rilanciare un mito musicale ormai
sepolto e quasi dimenticato. Un disco, in definitiva,
che si accontenta di offrire un’onesta mezz’ora
di compagnia poco invadente e la luce tiepida
di qualche lontano ricordo.
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