E' strano recensire, e prima ancora ascoltare,
un album uscito ad un anno dalla morte del suo
compositore: ancora più strano quando l'album
in questione è l'epitaffio di un uomo che prima
ancora di essere un musicista è stato un'icona
per una (più di una) generazione. George Harrison
non è certo un nome da nulla, su questo non ci
sono dubbi. "Brainwashed" è il suo addio al mondo
e ai suoi fans, ed è un addio incredibilmente
vitale, divertito, a tratti, come nell'iniziale
"Any Road", addirittura spensierato.
Il lavoro è stato portato a termine, in post-produzione
dal figlio Dhani e da Jeff Lynne, e viene ovviamente
il dubbio che il materiale sia stato almeno in
parte modificato. Ma, impossibilitato a sciogliere
il dubbio, preferisco evitare di pensarci. Musicalmente,
come ho già scritto, è un album veramente molto
godibile, e Harrison si getta in blues classici
come l'energica e trascinante "Vatican Blues (Last
Saturday Night)". Il gusto per la melodia che
ha sempre accompagnato il suo nome esplode con
sapienza nella ballata "Pisces Fish", che riporta
con la mente a tempi lontani.
La musica di Harrison sembra provenire da un
altro mondo (e ormai purtroppo lo è), riuscendo
quasi ad annullare trent'anni di musica, tale
è la sua capacità evocativa e il suo radicamento
nel passato. Una musica che guarda indietro, non
avanti. Se questo è sinceramente, per quanto mi
riguarda, da considerarsi un grave difetto, non
posso fare a meno di ammirare la purezza compositiva
di questo personaggio schivo, che ha raccolto
(anche nella favola Beatles) meno di quanto meritasse
in vita. Una musica corposa, quella di Harrison,
tirata e all'antitesi rispetto alle mollezze dei
lavori solisti di Paul McCartney, come dimostrano
"Rising Sun" e la title-track, due degli episodi
più riusciti. L'inconfondibile chitarra si fa
sentire soprattutto in "Marwa Blues", mentre resta
da ricordare "Between the Devil and the Deep Blue
Sea", divertissement che riporta la musica di
Harrison nella dimensione più giocosa.
E' strano decretare la morte di un artista, strano
decretare la fine delle sue pubblicazioni. Spero
solamente che il nome di Harrison non si presti
nei prossimi anni all'uscita indiscriminata di
antologie e raccolte di inediti. E che il suo
volto resti quello dell'interno del "White
Album", baffuto e ironico.
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