Dopo il mediocre “12 memories” i
Travis hanno pensato bene di darsi una pausa di
riflessione e, dopo quattro lunghi anni, in cui
parallelamente l’indie-revival ha definitivamente
preso il sopravvento sulla scena britannica, il
silenzio creativo è finalmente rotto con
l’arrivo del quinto decisivo album in studio,
“The boy with no name”. Decisivo per
considerare il precedente flop come un episodio
isolato - gli album precedenti, al di là
delle accuse di “commercializzazione”
si erano sempre mantenuti su livelli più
che buoni – o come l’inizio di un’ineluttabile
crisi creativa.
I buoni presentimenti non mancano. Non tanto
la durata del break che non sempre garantisce
buoni risultati, quanto piuttosto il ritorno di
Nigel Godrich che aveva prodotto e mixato i due
album più riusciti, “The
invisibile band” e soprattutto quello
che resta il disco-top, ossia “The
man who”. In parte smentite, invece,
le voci di una collaborazione attiva con Mike
Hedges e Brian Eno. A differenza di quanto preannunciato
dai gossip quest’ultimo avrebbe semplicemente
dato dei consigli informali per ridare coraggio
a una band che sembrava aver smarrito la strada,
una band improvvisamente insicura dei propri mezzi,
affondata nel vero senso del termine nella malinconia
mista a critica a sfondo politico di “12
memories”.
Questo quinto disco, insomma, anche per l’arrivo
del “boy with no name” per il problematico
cantante scozzese (pare che non gli siano bastate
quattro settimane per la fatidica scelta del nome
del figlio), lascia intravedere la luce alla fine
del tunnel. Basta “Closer”, singolo
e traccia d’apertura, per ribadire l’indiscussa
capacità di Dunlop e Healy di disegnare
semplici ballate in salsa brit, lievi e agrodolci
con ritornello catchy ma con eleganza. Non è
l’unico brano alla Travis, quelli classici
dei primi tre dischi che non si creavano troppi
problemi nel tirar fuori ballate semplici ed efficaci
per piano e chitarra. La sognante “Battleships”
e soprattutto “My eyes” in cui Godrich
– inspiegabilmente tenuto lontano dal mixer
– si fa da parte. E si sente. Niente di
eclatante, tutto in linea, né più
né meno, coi loro standard compositivi.
Dovendo scegliere la migliore, emerge su tutte
la traccia conclusiva, “Amsterdam”,
rievocativa e inevitabilmente beatlesiana (quanto
la ghost track messa in coda), essenziale quanto
efficace. L’effetto è invece più
spiazzante quando si cerca di virare verso scenari
dai toni più folk, dall’armonica
di “Colder” in cui si avvertono delle
dilatazioni alla Radiohead,
alla filastrocca a bassa fedeltà di “Out
in space” passando per la rovente “Eyes
wide open” che rievoca certe intuizioni
di Neil Young
nel controtempo della batteria in cui si insinuano
chitarre sporche e graffianti.
O nel liberatorio sfogo da Pulp in salsa estivo-edulcorata
di “Selfish Jean” (con tanto di rimando
nella batteria a “Lust for life”),
coinvolgente rigurgito solare dagli esiti tutt’altro
che negativi. Anche se è doveroso sottolineare
come certe aperture vocali finiscano per rievocare
gli U2 finendo,
in un circolo virtuoso di influenze e affinità,
per ricordare certe fasi dei Coldplay.
Soprattutto nella crepuscolare “Big chair”,
coagulata però in toni decisamente Radiohead
nell’incessante base ritmica, tagliente
e metropolitana. Il piano è arricchito
ad-hoc, con le inconfondibili trovate dell’iper-produzione
di Godrich nel rendere il suono profondo e avvolgente.
Al cui trattamento non sfugge neanche la voce,
appassionata e rassegnata, ma soprattutto penetrante
come raramente in passato. Uno dei brani migliori
della raccolta, che se la gioca con l’altro
brano in cui si sente in tutto e per tutto la
mano del produttore. Godrich reimposta il suono
del quartetto di Glasgow a suggestioni accomunabili
al bellissimo “Sea
change” di Beck
più che ai classici acustici dei Radiohead
lavorando in maniera maniacale sugli arpeggi ipnotici
e riecheggianti guidati da una batteria secca
da sembrare campionata, in un tripudio di inserti
orchestrali e minimali effetti futuristici di
sfondo.
Niente di eclatante, come detto sopra, anche
perché in album del genere, pop senza troppe
ambizioni innovative, mancano i potenziali classici
alla “Sing”, alla “Side”
o, sarebbe volere troppo, alla “Why does
it always rain on me”, ma le buone canzoni
non mancano. Potranno risultare poco affini alle
band che NME lancia con cadenza quotidiana per
poi dimenticarsene dopo i classici quindici minuti
di celebrità warholiani, ma a noi e ai
Travis, in fondo, va bene così. In periodi
di tale magra…
collegamenti su MusiKàl!
Travis - The Man Who
Travis - The
Invisible Band
Brian Eno - Another
Green World
Radiohead - la Kalporzgrafia
Coldplay - le
recensioni
Neil Young - le
recensioni
Beck - le recensioni
U2 - le recensioni
Pulp - We Love Life
Pulp - Different
Class