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CURE
Boys Don't Cry (Fiction Records, 1979)
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recensione di Raffaele Meale scrivi un'email


La fine degli anni '70 segna la nascita di numerosi sottogeneri del rock: il punk, il dark, il metal, il noise. Quanto possano avere valore questi aggettivi è materiale da discussione, certo è che molti gruppi nati in quel periodo sono stati costretti, volenti o nolenti, ad essere etichettati. Così è anche per i primi lavori dei Cure, creatura voluta e cresciuta dal giovanissimo Robert Smith (classe 1959).

Alla sua uscita "Boys Don't Cry", come già il precedente "Three Imaginary Boys" viene descritto come un perfetto album di punk-dark. Eppure la sua apertura è data da un bellissimo brano pop, "Boys Don't Cry" per l'appunto: dov'è allora l'inghippo? La verità è che i Cure sono un gruppo altamente eterogeneo, non inclini a identificarsi troppo in una corrente stilistica. Il gruppo ha ancora una line-up molto classica (chitarra, basso, batteria) e la sfrutta nel migliore dei modi; e se è vero che "Plastic Passion", "So What" e "Grinding Halt" sembrano pezzi punk ai quali è stato amputato il furore punk, "10.15 Saturday Night" si basa su un incrocio tra poderosi riff chitarristici e semplice rumore, e "Killing an Arab" e "Fire in Cairo" sono brani di rock islamico, con aperture orientaleggianti sorprendenti. E se i testi rimandano spesso immagini di morte, di notti piovose, di ossessioni, di amori struggenti come nel miglior cliché del dark decadente, musicalmente i capolavori sono molti: le già citate "Killing an Arab" - ispirata da "Lo straniero" di Camus - e "Fire in Cairo"; la veloce ballata "Jumping Someone Else's Train"; la straordinaria "Subway Song", dove il terrore angoscioso di una donna sola su una banchina della metropolitana viene raccontata con un incedere cupo debitore in parte delle sonorità alla New Orleans, dove basso e armonica la fanno da padroni; fino all'impareggiabile "Three Imaginary Boys", dove l'universo di Smith viene totalmente alla luce, senza vergogna, come in tutti i migliori brani dei Cure. Un universo cupo, disomogeneo, angosciato ma in profondità atrocemente dolce e disperato, come nell'urlo finale di "Three Imaginary Boys" ("Can You Help Me?").


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26 agosto 2001


Track list:

1. Boys Don't Cry
2. Plastic Passion
3. 10.15 Saturday Night
4. Accuracy
5. So What
6. Jumping Someone Else's Train
7. Subway Song
8. Killing an Arab
9. Fire in Cairo
10. Another Day
11. Grinding Halt
12. Three Imaginary Boys



I commenti
 
Raffaele Meale
15 luglio 2002
per Chiara...
questo album in realtà uscì nel 1979 solo negli USA con la funzione di
traino per il gruppo anche oltreoceano...alle canzoni di "Three Imaginary
Boys" vennero aggiunti alcuni singoli composti in seguito...nel 1983, visto
il successo, l'LP fu stampato anche nel Regno Unito



chiara
22 giugno 2002
avrei un dubbio...
il mio ragazzo è dark e mi ha fatto avvicinare ai cure....ora li amo...però
non riesco a capire se c'è qualche differenza tra "three imaginary boys" e
"boys don't cry",cioè,siccome contengono quasi le stesse canzoni,come si
devono considerare?entrambi 2 album?opppure il primo è un singolo?insomma il
primo cd dei cure è veramente "boys don't cry"?se a qualcuno andasse di
esprimere il proprio parere.....


Interdonatos
15 dicembre 2001
Considerato che l'etranger (lo straniero) di Camus è uno dei miei
libri preferiti....cmq questo album è fantastico e per l'età in cui è uscito
anche straordinariamente originale!



Lennon999 15 novembre 2001
Secondo me è il migliore ke i Cure abbiano mai fatto...davvero
stupendo...la title track è eccezionale, così come "So what?", "Fire in
Cairo", "Three imaginary boys", "Killing an Arab" e "Plastic
Passion"...unico...



detrit 18 ottobre 2001
eccezionale la recensione, profonda...sei un'anima gentile raffaele, almeno sembra...è bello emozionarsi per una recensione


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