Non sono mai stati molto accomodanti od omologabili,
gli Slugs, ma in questo secondo lavoro “Bob
Berdella Bizarre Bordello” hanno superato
loro stessi. A partire ovviamente dal titolo,
già strano di per sé, per svariare
poi musicalmente dove più li portava il
loro approccio maudit e il loro infinitesimale
carattere. Sì perché si potrà
dire di tutto degli Slugs ma non che non abbiano
carattere, quell’approccio istintivo alla
materia rock che è quasi un eruzione.
L’istinto è l’unico trait
d’union delle undici tracce, e bisogna dirlo
perché non è bello citare tutti
insieme – come possibili rimandi, più
o meno consci – i Guns’n Roses, Nick
Cave, gli Yes,
i Faith No More e i Rolling
Stones. Sembrerebbe un calderone dove ogni
elemento non ha nulla a che fare con gli altri,
e non si farebbe un’operazione veritiera
perché – in realtà –
sono gli Slugs il trait d’union tra tutto.
O meglio, sono magistralmente eclettici a tal
punto, ad esempio, da non far sfigurare come fuori
posto richiami funk dentro ad un magma garage
(“So Fine”), avanguardie quasi jazz
mescolate a logiche musicali tipicamente hard
rock (“Sand”), riff seventies inglobati
da psichedelia progressiva (“The Day They
Put Down Land From Hollywood”), anzi no,
un mix del genere in fin dei conti è tutta
roba anni Settanta.
Sarebbe stato più comodo quindi raccontare
questo album “delle quattro B”, come
avrebbe potuto abbreviarlo Berlusconi per semplificarlo
alle masse, definendolo il “Murder Ballads”
italiano: con quel riferimento preciso, netto,
definito tutti saremmo andati a letto contenti
nell’aver catalogato il nuovo prodotto sfuggente.
Ma non è così. L’unica certezza
è che “Bob Berdella Bizarre Bordello”
non riesce a scrollarsi di dosso quell’alone
di album maledetto, e che – pur non riuscendo
a raggiungere le vette compositive di Nico
Cava (come amichevolmente potrebbe chiamarlo
un traduttore automatico) – siamo davanti
ad un rock talmente sanguigno e sanguinolento
da sembrare un disco vero come non se ne sentivano
da tempo.
Insomma le idee che giravano in testa a Martino
Pompili per la stesura dei testi, ovvero che “forse
i serial killers sono gli ultimi veri punk”,
che la sofferenza causata dall’omologazione
che ci impone la società è incarnata
ne “l’uomo che uccide il suo simile,
lo tortura, lo smembra, lo sevizia, lo ingerisce
o lo defeca, si masturba sulle carni umide e fumanti”,
beh, quest’atmosfera aleggia eccome sulle
tracce di “B.B.B.B.”. Che, pur essendo
un album vero, non è un disco facile. Perché
si fa presto a perdersi davanti a cotanti mutamenti
di prospettiva, si fa fatica a non rimanere flashati
da uno stacco e poi a non storcere il naso per
quello che viene subito dopo, ci si disorienta
e forse anche gli Slugs a tratti disorientano
loro stessi. Ma riemergono con una fucina di non-omologazione
salutare per tutto e tutti. In particolare per
il rock indipendente (non indie) italiota.
Una cosa è certa: vogliamo più
Lumache in Italia. Vogliamo più gruppi
che abbandonano la strada vecchia per la nuova
come ha fatto la band di Montecchio in “Bob
Berdella Bizarre Bordello”. C’è
però una risposta (brutta) da dare: in
realtà si va sempre più veloce e
l’Italia è un paese di conservatori.
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