Il "Never Ending Tour" che Bob
Dylan sta portando in giro per il mondo dall'oramai
lontano 1988, giunge a Roma dopo aver attraversato
culture ed epoche storiche diverse. Una tournée
paragonabile alla carriera camaleontica dell'uomo
di Duluth, iniziata all'ombra dei grandi cantautori
del popolo - Woody Guthrie, Joe Hill -, continuata
tra sferragliate rock e personali stravolgimenti
religiosi, dall'ebraismo al materialismo ateo
fino alla presa di coscienza del "cristiano
rinato".
Sono passati più di quarant'anni dall'esordio
musicale di questo poeta, e ne è passata
di acqua sotto i ponti: tanta acqua e tanti brani
entrati oramai nell'immaginario collettivo. Il
rischio di assistere ad un concerto-greatest hits
diverrebbe presto certezza se non fosse per la
capacità - quasi unica nel panorama musicale
- che il buon vecchio Dylan di rileggere il proprio
passato.
Nel rimettere mano ai prodromi della propria
statura mitica, Dylan rende praticamente irriconoscibili
brani quali "The Lonesome Death of Hattie
Carroll" e "It's allright ma (i'm only
bleeding)" - quest'ultima personalmente riconosciuta
solo alla penultima strofa -, ma ne mantiene intatto
il fascino e lo splendore poetico. Dall'ultimo,
non eccezionale, "Love
and Theft" estrae una schizofrenica "Cry
A While", "Tweedle Dee & Tweedle
Dum", "Honest with Me" e una trascinante
"Summer Days".
Ma il meglio di sè Dylan lo da quando
si immerge nella propria essenza, strappando via
la memoria e ricostruendola pezzo per pezzo: è
la storia di "Love Minus Zero/No Limit",
accarezzata da una slide guitar delicata e struggente
e narrata con una tenerezza a tratti quasi scorbutica
dalla voce di Bob ("My Love she speaks like
silence/without ideals or violence"...e brividi,
e brividi, e brividi), ma è la storia anche
di "Highway 61 Revisited", tesa, caustica,
snervata, accolta con un'ovazione liberatoria.
Non è un caso che questi due brani siano
anche quelli in cui Dylan ha mostrato la miglior
capacità interpretativa, fattore che è
purtroppo mancato per buona parte della serata:
la magia era evocata più dalla musica e
dalle parole "in sè" che dal
modo di cantarle dell'autore, che spesso è
risultato invece monocorde e scontato. Ma di fronte
ad una tensione drammatica come quella respirata
in "It's all over now, Baby Blue" o
"Don't Think Twice, It's Allright" qualsiasi
pecca è costretta ad essere adombrata se
non addirittura a scomparire del tutto.
Dopo quattordici brani la band lascia il palco.
Un palco che non ha assistito mai a cambiamenti:
Dylan fisso al piano elettrico, due chitarre,
basso e batteria, e tanti saluti all'immagine
del solitario vagabondo con la chitarra o il banjo
a tracolla che evoca le ingiustizie sociali appoggiato
ai muri sporchi di una cittadina di periferia.
Ma anche questo conta poco, soprattutto quando,
nei bis, il gruppo inanella di seguito due degli
inni più celebri del menestrello: prima
"Like a Rolling Stone" cantata dalle
migliaia di persone accorse come fossero un sol
uomo e poi "All Along the Watchtower",
allungata di una strofa rispetto all'originale,
e sicuramente debitrice delle varie riletture
a cui è stata sottoposta col passare dei
decenni.
E poi? E poi è davvero finita, non ci
sono altri brani da raccontare; resta la voglia
di enunciare tutti i brani che avremmo sempre
voluto sentire e che non ci ha regalato (personalmente
ho sentito la mancanza di "Masters of War"
e "Visions of Johanna"), ma ci si accorge
quasi subito che in ogni caso sarebbe venuto a
mancare qualcosa di fondamentale. E allora non
resta che salutare Dylan fino alla prossima volta
e sussurrargli "So Long Honey Babe, Where
I'm Bound, I can't Tell, but Goodbye's too good
a word, gal, So I'll just Say Fare Thee Well".
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Bob Dylan - la
Kalporzgrafia