Un colore, solo un colore: nessuna dichiarazione
d'intenti, nessun indizio o suggerimento, soltanto
quel colore blu intenso della copertina, in cui
affondano i lineamenti spigolosi ed indefinitamente
esotici della donna Joni. Un colore che misteriosamente
ha la qualità e la sostanza della malinconia,
la forma dell'anima quando si richiude su se stessa,
per contemplarsi.
"Blue" è un disco raccolto,
intimo, composto da pagine di diario: continuamente
illuminato dalla poesia, ma immerso nella prosa
della quotidianità, assomiglia ad una collezione
di pensieri ed appunti racchiusi in un taccuino
di viaggio; un fertile caos generato da scrittura
fitta, disegni, foto incollate. E non potrebbe
essere diversamente: Joni non è un tipo
da "bella copia", da giri di parole,
tutto quello che ha da dire lo mette giù
in modo disarmante, senza vergogna: un amore nuovo,
i troppi amori andati a male, la nostalgia di
casa, la gravidanza, la lotta contro se stessa
e i propri limiti, un amico inghiottito dalla
droga
tutto è detto senza reticenze,
tutto è detto terra terra, ma la poesia
sgorga come un torrente fra le righe. "Eccoti
una conchiglia/ Dentro ci sentirai un sospiro/
Una ninna nanna nebbiosa/ Ecco la canzone che
ti ho dedicato", dice Joni nella title-track,
e ti scioglie, ti fa quasi dimenticare di aver
appena parlato di siringhe, di pistole, di gente
che affonda. Qualcuno dice che la canzone è
dedicata a James Taylor, e sicuramente parla di
lui o di un'altra persona, reale; ma quello che
ti arriva travalica l'esperienza personale, è
una sensazione di privilegio; quello di poter
guardare dentro a uno scrigno di piccoli tesori,
con il lucchetto spezzato.
"Blue" è anche un diario di
viaggio autentico, perché Joni lo scrisse
in buona parte durante un periodo passato in Europa,
lontano da quella West Coast che aveva visto nascere
e morire le grandi utopie dell'amore, della pace,
dei giorni migliori che dovevano venire. Per questo
"Blue" è un disco di lontananza,
dolorosa ma necessaria, come è necessaria
la nostalgia di casa: Joni prende le distanze
da se stessa, dalla "crazy scene" californiana,
salvo poi struggersi nel ricordo della Costa ("California"),
ma anche del suo nativo Canada ("A Case Of
You"), di un fiume ghiacciato su cui poter
pattinare ("River").
L'allontanamento, nella musica, è evidente:
la chitarra e il pianoforte di Joni rimandano
solo di riflesso agli accordi pieni e trionfali
della West Coast, alle armonie vigorose degli
amici CSN&Y. Joni qui è sola, e si
muove in un territorio sconosciuto che la sta
portando lentamente verso il connubio col jazz
(metamorfosi che sarà compiuta più
tardi): esempio di accecante bellezza è
la title-track, ma ci sono anche le bizzarrie
cromatiche di "My Old Man". Quando i
ricordi si fanno strada, invece, lo fanno in tono
minore, affiorano come fantasmi: come l'eterea
pedal steel guitar di "California",
o i cori sommessi di "Carey"; nemmeno
le chitarre di Stephen Stills e James Taylor,
gli amici ospiti, riescono a schiarire più
di tanto il colore dominante, che è sempre
quel blu profondo.
"Blue" è una splendida, abbacinante,
dichiarazione di indipendenza; dentro c'è
il coraggio di una donna complessa e un'artista
genuina, che rivendica il diritto e il dovere
di cantare la propria intimità, di aprirsi
attraverso la musica. Per questo "Blue"
è un faro, un disco che ha insegnato a
generazioni di donne del rock a non essere delle
groupie, ma a guardare le proprie vulnerabilità
e scoprire la propria forza. Sono in tante a doverle
dire grazie.
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