Due albums del vecchio Tom
in un colpo solo
roba da avere un attacco
di ansia nel momento fatale di decidere con quale
cominciare. Come da regolamento mi sono affidato
al giudizio inappellabile del testa o croce, ed
in omaggio alla strumentazione vintage del californiano
ho usato una moneta da 100 lire del 1969. Come
avrete intuito il sorteggio ha privilegiato "Blood
money": d'ora in avanti, per me, esso sarà
sempre il fratello maggiore e "Alice"
la sorellina più piccola.
Lasciando perdere queste distinzioni più
psichiatriche che psicologiche, vorrei da subito
esortare a non mancare all'ascolto di queste nuove
creazioni del rauco crooner. Sensibilmente diversi
come concezione e tempi di ideazione, essi sono
uniti tra loro da una bellezza e passionalità
fuori dal comune.
Trattando in questo caso "Blood money",
proviamo ad estrapolarne i molti momenti memorabili,
evidenziando in primis la sua fonte di ispirazione
nel "Woyzeck" dello scrittore tedesco
dell'Ottocento George Buchner, da cui peraltro
il grande compositore austriaco Alban Berg si
nutrì per costruire il suo inarrivabile
capolavoro musical-teatrale, il "Wozzeck"
appunto. Anche qui, dunque, la sorgente mitteleuropea
continua ad abbeverare la fantasia di Waits, ed
i grandi numi tutelari del teatro del '900 tedesco
(Brecht e Weill) fungono da colonne portanti dell'opera,
continuando un discorso cominciato nel lontano
1983 dal clamoroso "Swordfishtrombones".
Il cantautore usa una strumentazione come sempre
"originale": organi a pompa, marimbe,
corni francesi, percussioni a dir poco "strane".
L'effetto grammofono è assicurato e per
di più la voce roca e gracchiante di Tom
aumenta questo effetto straniante ed affascinante.
In questo impianto da Angelo Azzurro sono però
ben presenti le radici americane dell'autore,
blues sporco di frontiera e ballate "all'ultimo
whiskey" tipiche del suo primo repertorio.
Ecco, forse il fatto più importante in
"Blood money" sembra questo piccolo
ed importante ritorno di melodie ai confini del
nightclubjazz alla "Closing time": "All
the world is green" è probabilmente
il contenitore perfetto della storia musicale
di Tom e fatalmente diventa uno dei pezzi più
belli dell'intero repertorio.
L'Uomo di Pomona ha creato negli anni un suono
unico e riconoscibilissimo, dal quale gli sarà
assai difficile staccarsi. D'altra parte, se esiste
un mainstream poco scontato e banale, questo è
il suo. Se poi questo suo stile è così
ancora riccamente innervato dalla Dea Ispirazione,
è chiaro che il povero e frastornato ascoltatore
del 2002 vorrebbe un Waits al mese. Nel frattempo
comunque "accontentiamoci" di ascoltare
e riascoltare "Blood money", partendo
dall'abrasivo e corrusco blues di "Misery
is the river of the world", passando dalla
triste e cinematica "Coney Island baby",
finendo con la strepitosa "A good man is
hard to find", dove Tom si fa possedere dal
fantasma di un certo Satchmo, raggiungendo vette
interpretative ineguagliabili e lasciando quella
sempre più rara voglia di ricominciare
daccapo. So, play it again Tom
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