Da un precursore come è stato Bob Dylan
è facile aspettarsi sempre e comunque di
tutto.Anche che a metà anni '70 pubblichi
un lavoro che potrebbe essere benissimo di dieci
anni prima. Sì perché "Blood
On The Tracks" odora di folk cantautorale
come poco materiale del menestrello.
E' essenzialmente il disco più acustico
mai fatto da Dylan, ma ciononostante non è
un passo indietro nella produzione artistica di
Mr. Robert Allen Zimmerman. E' un album costruito
interamente sul tema della delusione amorosa,
e la sua esecuzione (quasi totalmente chitarra
e voce) può, ad un primo ascolto, far pensare
ad un lavoro amatoriale. Ed è questo l'esito
al quale vuole pervenire Dylan, per il quale le
origini (della musica in generale non solo della
sua) sono sempre state punto di riferimento perenne,
mai rinnegate dalle svolte rock.
Dylan, reduce da lavori male accolti dalla critica
a cavallo tra anni '60 e '70, quando per alcuni
era già artisticamente vecchio, ci fa riassaporare
in queste ottime dieci tracce, il suo lato migliore
di folk-singer sentimentale. Il titolo stesso
("Blood On The Tracks") è significativo
della passione che travolse l'autore nella composizione
di questo lavoro indubbiamente molto ispirato.
I successi non mancano a partire dall' iniziale
"Tangled Up In Blue", ritmica composizione
folk-blues, che ci racconta il flashback di un
incontro problematico fra un uomo ed una donna.
L'uomo, povero (in tutti sensi) e disperato (personaggio
tipico in molti brani anche precedenti di Dylan)
e la donna, solitamente diversa da come appare
ad un primo incontro, sono un po' il filo conduttore
dell'intero lavoro.
Nel secondo pezzo, "Simple Twist Of Fate",
forse uno dei migliori brani fingerpicking di
Dylan, si cerca di rendere più comprensibili
le delusioni (in particolare amorose) e di prendere
la vita come viene, tanto ciò che succede
è solo un banale "attorcigliarsi"
del destino.
Dedica alla figura femminile anche nel terzo
brano "You're A Big Girl Now" (il cui
inizio mi ricorda ogni volta "Giorno di pioggia"
di Francesco De Gregori, peraltro precedente)
nel quale si arriva alla conclusione che le stranezze
della donna sono motivate semplicemente dal fatto
che lei non è altro che una ragazza cresciuta.
Dylan in questo disco è un uomo maturo,
che riesce più lucidamente a capire l'altro
sesso e non come nei dischi della gioventù
dove sarcasmo e ironia sull'argomento abbondano.
Qui la riflessione è più seria ma
mai comunque banale e scontata, come anche nella
quasi-arrabbiata cantata di "Idiot wind".
Il folk esasperato di "You're Gonna Make
Me Lonesome When You Go" che può sembrare
un ritorno alle ironie giovanili, è invece
una serena constatazione di come un uomo rimane
dopo l'abbandono da parte della sua amata. La
maniera distaccata del canto di Dylan può
far sì che le canzoni non siano sentite
dall'artista, pur essendo invece tutte autobiografiche.
Non può mancare il più classico
dei blues della desolazione che qui è "Meet
Me In The Morning". Nel successivo brano,
"Lily, Rosemary and the Jack of The Tearts",
che pecca di eccessiva lungaggine, l'atmosfera
è western e l'armonica iniziale è
suonata in maniera molto innovativa, quasi distorta.
Il ritmo complessivo è decisamente trascinante
ma come già detto, è forse eccessiva
la durata del pezzo.
Le ultime tre canzoni sono forse le migliori
di un album che ha decisamente pochi colpi bassi.
La prima del trittico conclusivo,"If You
See Her Say Hello" è probabilmente
la più bella canzone d'amore scritta da
Dylan (commovente l'arpeggio iniziale di circa
quaranta secondi). Il brano è un indiretto
colloquio con l'amata, tramite una persona terza.
Dylan vuole negare il suo stato d'animo da uomo
deluso di fronte alla donna che l'ha lasciato,
pur provando una disperata nostalgia per lei.
Bellissima la versione italiana di Franceso De
Gregori (vero e proprio discepolo di Dylan) che
si intitola "Non dirle che non è così"
(che poi oltre ad essere un verso tradotto della
canzone originale, è anche il significato
della stessa).
Altro cult è la celeberrima "Shelter
From The Storm", bellissimo racconto dell'incontro
con l'amata che gli offre apparentemente la serenità
e la felicità. Si chiude con "Buckets
Of Rain" in cui la metafora della pioggia
dovrebbe rappresentare le lacrime versate per
colpa dell'amore. La pioggia come le lacrime lavano
il vecchio e lasciano posto al nuovo: bisogna
quindi lasciare il passato alle spalle. La conclusione
è perfetta con questo brano che testimonia
la logica fine di un amore che non può
mai comunque prescindere l'incerdere della vita.
Dylan, se mai con questo album abbia voluto azzerarsi,
ci è riuscitio come meglio non poteva.
Essere capace di tornare alle origini, pur con
la consapevolezza di avere dieci anni di più,
è il pregio che ha l'autore nello stendere
questo lavoro. Testimonianza viva di come Dylan
sappia ogni volta partire da zero, nella discografia
del menestrello questo disco è seriamente
candidato al posto di capolavoro assoluto.
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Bob Dylan - la
Kalporzgrafia