Ancora, dopo l'ennesimo ascolto, non sono riuscito
ad eliminare l'inebetita espressione di stupore,
logico seguito all'irrompere su un lettore cd
del nuovo lavoro di David Sylvian.
L'immagine dell'artista che molti hanno in mente
è quella del fine esteta capace di sfornare
- dopo aver messo la parola fine sull'esperienza
Japan - due lavori come "Brilliant
Trees" e "Secrets of the Beehive",
nei quali la spinta avanguardistica si sposa alla
perfezione con la melodia, riportando alla memoria
tanto Bowie quanto Sakamoto (per non parlare delle
collaborazioni con Holger Czukay, a sua volta
mente dei mitici Can): ebbene, questo "Blemish"
è quanto di più sorprendente ci
si potesse aspettare!
Apre le danze proprio la title-track, poco meno
di un quarto d'ora di studio minimale del rumorismo
e del riverbero cosmico, tappeto sonoro scosso
da rigurgiti tellurici sul quale si stende la
voce di Sylvian, quasi ieratica nella sua decadente
melanconia, profonda ipotesi dell'eterno e dei
mutamenti del cosmo; una "macchia" che
si allarga e si dipana, fino a prendere controllo
di tutto.
"The Good Son" è l'occasione
per ascoltare le improvvisazioni free-jazz del
(giustamente) acclamato Derek Bailey: sulle scarne
e aspre note della chitarra si muove il recitato
suadente di Sylvian. Una contrapposizione netta
che riesce a tramutarsi, miracolosamente, in piena
armonia. La struttura sonora a cui si affida Sylvian
è scarna, brulla, devastata dal rumore
e dalla cacofonia, aliena, fuori luogo e fuori
tempo come nell'eccezionale "The Only Daughter",
dove il minimalismo elettronico si fa più
ovattato, delicato, e la voce cullante, calda.
Eppure il mondo riflesso in questo "Blemish"
è tutt'altro che rassicurante, sempre sul
punto di dover esplodere, scandito dai rumori
e dai battiti che attraversano le zone d'ombra
di "The Heart Knows Better", in cui
il canto si fa quasi subdolo, coperta che non
svela tutti i suoi misteri e che altro non può
- in un paesaggio desolato come quello riprodotto
- che vivere di se stessa e delle sue molteplici
(per quanto figlie della monotonia e dell'apatia)
espressioni. "She is Not" è solo
un accenno - sempre accompagnato dalle schizofrenie
chitarristiche di Bailey - destinato a svanire
nel vuoto, vuoto dal quale nasce e si genera "Late
Night Shopping" , che nella spettrale sovrapposizione
di suoni nasconde un canto di lavoro straziante,
che è anche la linea melodica più
ricercata dell'album, e per questo costretta a
tramutarsi in pura distorsione e a morire sul
levare.
"How Little We Need to be Happy" è
il terzo capitolo del rapporto tra il salmodiare
di Sylvian e l'estemporanea ricerca della sublimazione
del rumore di Bailey, ed è forse la più
riuscita delle tre "parti". Un loop
sporcato apre con tenebroso senso dell'epica romantica
"A Fire in the Forest", il brano che
conclude l'album mostrando il volto meno duro
di Sylvian e al contempo sublimando l'etica dell'intero
lavoro. Un lavoro sicuramente non di facile ascolto,
a tratti stressante, ma che ci apre gli occhi
su un mondo al quale è impossibile restare
indifferenti. A conti fatti, uno dei più
begli album ascoltati in questo (pur ottimo) 2003.
collegamenti su MusiKàl!
David Sylvian - Brilliant
Trees
David Sylvian - Concerto
al Teatro Carlo Felice di Genova
David Bowie - Heathen
David Bowie - The
Rise and Fall of Ziggy Stardust...
David Bowie - Diamond
Dogs