C’è sempre il momento in cui un
rockettaro si mette in testa di diventare anche
appassionato di musica classica, ma – di
solito – quel periodo dura poco e non lascia
molte tracce. Che l’obiettivo recondito
dei Muse sia
quello di farci tornare quell’insana voglia?
Interrogativo facile dopo aver ascoltato il cantato
di Bellamy in tutto “Black Holes And Revelations”:
un unico, ininterrotto gorgheggio barocco dall’inizio
alla fine. Nel cd non ci sono, ma se ci fossero
i canonici 2 sec. di pausa tra un brano e l’altro,
il gorgheggio continuerebbe anche lì.
Una tendenza che pare accentuata troppo in questo
quarto album nel vero senso del termine (escludiamo
dal computo la raccolta di live/b-sides “Hullabaloo”),
e lo dice chi ha sempre amato i Muse e quindi
non ha idiosincrasie per i loro eccessi
musicali progressivi e quasi kitsch. Un
grosso problema che uniforma le canzoni togliendo
riconoscibilità – e quindi personalità
– alle stesse, nonostante “Black Holes…”
sia il lavoro in cui più i Muse hanno diversificato
gli arrangiamenti. Il che doveva essere garanzia
di varietà e sorpresa per l’orecchio
tra una traccia e l’altra.
Invece l’orecchio è monopolizzato,
catalizzato, inglobato nelle corde vocali di Bellamy
che ormai non scandisce più le parole che
canta, le modula come un usignolo e non gli importa
cantare in un modo un po’ più pop.
Voi capite quello che dicono ad un’opera
lirica, anche se cantano in italiano? Io no, e
credo che un inglese possa avere lo stesso cruccio
con il cantato di Bellamy.
Sono i Muse, per l’amor di Dio, non è
che si scopre nulla adesso, erano così
anche prima. Ma ora superano quel limite sottile
che passa tra una buona mangiata super-abbondante
e un’indigestione.
Ci piacciono invece i due singoli “Supermassive
Black Hole” e “Starlight” (siamo
proprio dei paraculo…), belli scanditi e
riconoscibili, molto radio-oriented ma…
cosa c’è di male? Lì i Muse
dimostrano di saper essere, sol che lo vogliano,
eclettici senza scadere in sterili esagerazioni,
anche un po’ furbetti con quel loro gusto
melodico da grande pubblico che però è
anche – indubbiamente – una loro carta
vincente.
Insomma, cari Muse, tenetevi la vostra originalità
ma ridate a Bach quello che è di Bach.
La prossima volta che ascolteremo musica classica
vogliamo avere o cinquant’anni o aver comprato
in edicola la nuova monografia su Beethoven suonata
dalla filarmonica di vattelapesca.
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