Dietro i Black Mountain si nascondono i visi
e le menti dei Pink Mountaintops, e questo dovrebbe
delineare con una certa precisione le direttrici
sonore della band: rincorsa affannosa verso la
conquista dell’alchimia musicale degli anni
’70, quindi acidità di chitarra,
bassi corposi (ovvero la base di un brano come
“Druganaut”, sospeso viaggio ipnotico
e catartico), improvvisi svolazzi funk, riffs
Hard Rock violenti e volutamente pacchiani.
Eppure, mentre nell’esperienza dei Pink
Mountaintops si notava come tratto distintivo
la voglia di ovattare il tutto, di fatto snaturandone
l’afflato emotivo e riconducendo tutto a
una cella d’isolamento, camera insonorizzata
nascosta su chissà quale astronave in rotta
di collisione con la terra, qui la musica a cavallo
tra la fine degli anni ’60 e la metà
degli anni ’70 rivive in tutta la sua forza
ed efficacia. Ascoltare le otto tracce di questo
lavoro omonimo equivale a leggersi un bignami
di storia della musica del periodo: tra indiavolate
espressioni elettriche degne dei Black Sabbath
o dei Led
Zeppelin, ballate in vena di waterismi e chitarre
à la Gilmour, rock drogato figlio di Mick
Jagger e degli Stones pre-“Black and Blue”,
ectoplasmi vagamente krauti e accenni dell’epilessia
metropolitana dei Velvet Underground – questi
due elementi comunque molto meno presenti rispetto
al lavoro dei Pink Mountaintops – l’ascoltatore
si trova sballottato a destra e a manca, in un
continuo cambio di pelle e di identità
da parte dei musicisti che comporta allo stesso
tempo il senso e il limite del disco.
Se appare indiscutibile la classe di Matthew
Camirand, Stephen McBean, Jeremy Schmidt, Amber
Webber e Joshua Wells, capaci con una precisione
certosina di aprire inaspettati squarci cosmici
e di gettarsi in orge strumentali sudaticce e
rabbiosamente sfrenate, appare altrettanto chiara
la mancanza di una struttura determinata e determinante
all’interno del progetto. Perché
a cosa può realmente servire una riscrittura
acritica del già fatto? Resta il piacere
puro dell’ascolto (brani come “No
Hits” e “Faulty Times” meritano
un accenno a parte), ma il tutto appare francamente
poco comunicativo e il cervello corre il rischio
di patire un immobilismo totale. Il bello vuoto.
collegamenti su MusiKàl!
Pink Mountaintops - The
Pink Mountaintops
Led Zeppelin - la Kalporzgrafia
Velvet Underground - White
Light/White Heat
Velvet Underground - Velvet
Underground & Nico
The Rolling Stones - le
recensioni