Un ossessivo metallofono, dolce e malinconico,
funge da anticamera all'ingresso in scena dei
Black Heart Procession. Il pubblico è tanto,
l'attesa rilassata ma palpabile.
La band di San Diego, capitanata dal duo Pall
A. Jenkins (ora diventato Paulo Zappoli) e Tobias
Nathaniel, torna in Italia per la tournée
di lancio di "Amore del tropico", il
suo ultimo lavoro.
La mia posizione nei loro confronti è
difficile da spiegare: sono affascinato dall'idea
di vederli dal vivo ma al contempo preoccupato
di vederli mutati rispetto a come me li sono sempre
immaginati. L'ascolto di "Amore del tropico"
non mi ha convinto appieno, con le sue reminiscenze
latineggianti e un'atmosfera a volte troppo lontana
dal plumbeo alone che attanagliava e sublimava
lavori come "2" e "Three".
Ma fortunatamente dal vivo è tutta un'altra
storia; anche i brani da me incriminati dell'ultimo
album acquistano verve, profondità, magniloquenza
e dolcezza (è il caso di "Tropics
of Love" ad esempio), e una ballata come
"A Cry for Love" raggiunge picchi di
dolcezza inenarrabili.
Le ballate: penso che poche band riescano ad
avere un'etica così profonda della ballata.
Non a caso spesso i riferimenti culturali che
vengono tirati fuori nei loro confronti disegnano
i volti di Leonard Cohen, Nick Cave, Tom
Waits e Smog. Tutti nomi assai appropriati
per dare un'idea di questo gruppo, che tutto sembra
nelle sonorità tranne che californiano
(terra del sole? Davvero?). Così si stendono
ai piedi del pubblico sognanti melodie, dolci
ninnananne, malinconiche memorie.
Il repertorio fortunatamente saccheggia a lungo
anche il passato, proponendo perle di assoluto
valore come "Outside the Glass" e "We
Always Knew", scrigni incantati che avvolgono
e difendono dal freddo dell'inverno (tra l'altro
a Roma fuori dal locale la pioggia batteva il
tempo, nulla di più adatto per creare l'atmosfera).
Un moog ininterrotto a suggerire l'ululare del
vento, il violino, la steel guitar, l'oramai celebre
sega suonata con l'archetto, questa la strumentazione
aggiunta alla classica formazione chitarra/basso/batteria/tastiere,
oltre ai rumori impazziti della mente di Jenkins,
che estrae borbottii, suoni siderali, riverberi.
E una voce dolce, esile, sussurrata. Un'ora e
mezza tenue come una favola nera, calda, cupa,
ma sempre più vicina al cuore.
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Intervista
a The Black Heart Procession
The Black Heart Procession - Three
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