Esiste una sotterranea scena, in quel di Philadelphia,
che suona folk: un folk figlio delle contaminazioni,
capace di spaziare dal rumorismo più astratto
alla liquidità ipnotica del flusso di coscienza
psichedelico, dall’incontro con la tradizione
popolare alla musica colta. Di quella scena si
fanno portabandiera, in un breve tour nell’italica
terra, i Black Forest/Black Sea, ovvero Miriam
Goldberg e Jeffrey Alexander.
Arrivano forti del loro ultimo lavoro, “Forcefields
and Constellations” e delle varie collaborazioni
dell’ultimo periodo, che li hanno visti
partecipare al mastodontico omaggio dedicato dall’underground
statunitense al genio di Tom Rapp, mente visionaria
dei Pearls Before Swine – che possono essere
considerati, insieme ai Dirty Three, i punti d’ispirazione
più netti del due -.
Quello che propongono all’esiguo (vergognosamente
esiguo) pubblico della Locanda Atlantide è
un concerto memorabile per intensità ed
emozioni. Entrambi seduti su una sedia, accompagnati
solo da una sorta di mandolino (lui) e dal violoncello
(lei), si gettano nella riproposizione di un repertorio
che appare completamente trasfigurato rispetto
a quanto racchiuso nei loro lavori in studio.
Mentre l’avvolgente corposità del
violoncello, di cui Miriam sembra conoscere ogni
minimo segreto, riempie l’aria, Jeffrey
si divide fra dolci arpeggi acustici, improvvisi
assoli tra l’orientaleggiante e l’indie-rock
e una varietà di rumori invidiabile. In
una scaletta che prevede come unico ordine del
giorno la totale, libera e sfrenata improvvisazione
i due si gettano a corpo morto in inseguimenti
spasmodici, stasi improvvise, balbettii sconnessi.
La sussurrante, timida ed elegiaca voce di Miriam
si fa largo, splendidamente, quando meno te lo
aspetti. La capacità di fondere musica
popolare ed avanguardia e al contempo di riuscire
a rendere una sensazione di epica minimale –
lo so, ossimoro, e lo so, follia, ma qualcuno
provi a dire il contrario – è realmente
strabiliante. In un brano Miriam abbandona il
violoncello e si accompagna con un Omnichord,
sorta di Therenim fuso con un videogame per bambini,
e l’effetto è quello di una marea
lontana, un delicato lasciarsi cullare dalle onde
(e se l’essenza fosse proprio qui, in questa
unione tra foresta/terra, cultura popolare, e
mare/flusso psichedelico, onirismo?).
I due salutano, sorridono, si scambiano sguardi
e battute durante le improvvisazioni, si cercano
e si completano l’un nell’altro, in
una simbiosi che non diventa mai piattezza, mai
banalità. Finiscono il concerto e scendono
tra il pubblico, con la loro birra in mano: l’aspetto
divistico non fa decisamente parte del loro approccio
musicale. Vengono applauditi a scena aperta e
allora salgono per il bis; sempre sorridendo Miriam
afferma che il pezzo che eseguiranno non è
mai stato neanche provato, non sanno bene cosa
ne verrà fuori, se sarà orribile
si scusano in anticipo. E’ un canto ebraico,
ed è forse il punto più alto del
concerto. Dopo eseguono una breve, splendida,
digressione puramente folk (banditi i rumori,
banditi i riverberi cosmici) e scendono nuovamente
dal palco.
La sensazione è quella di avere davanti
una band fondamentale per un nuovo approccio,
mentale oltre che strumentale, alla musica. La
sorpresa più luccicante di questo 2004.
Uno dei concerti più emozionanti a cui
si possa avere la fortuna di assistere.
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Pearls Before Swine - One
Nation Underground