Quello che tutta la gente stipata all'Alcatraz
sta aspettando sta giusto per avverarsi: i ragazzi
scozzesi attesi tanto a lungo stanno per materializzarsi
sul palco. Prima, come ovvio, l'attesa. Addolcita
dal conterraneo Eugene Kelly, un tempo membro
dei misconosciuti Vaselines, che armato solo di
chitarra acustica e armonica, e di un bel po'
di ironia, dimostra come le canzoni possano anche
stare in piedi da sole, quando valgono davvero.
Offrendo qualche vecchio classico, "Molly's
Lips" e "Jesus Wants Me for a Sunbeam",
entrambe rifatte tempo fa dai Nirvana, aiuta ad
ingannare il tempo che manca all'arrivo dei Nostri.
Lascia il palco su cui dopo circa mezz'ora salgono
Belle
and Sebastian insieme a quattro violinisti
sulle note gioiose di "Sleep the Clock Around".
La prima impressione è che Belle and Sebastian
sembrano esattamente quello che ti aspetti. Stuart
Murdoch con il suo incedere timido e buffo, Isobel
Campbell che ha effettivamente quel contegno un
po' distaccato e un po' trasognato che ti aspetteresti
da lei, indossa un vestito bianco molto anni '60
con stampata la faccia di Bob Dylan periodo "Highway
61 Revisited". Magari il suono all'inizio
sembra troppo appiattito, ma non ci fa caso proprio
nessuno. Loro spaziano lungo tutto il repertorio,
passando dai momenti più quieti a quelli
più melodici, dalle partiture orchestrali
a brani quasi scarni. Offrono molte delle cose
più belle che hanno composto. E dimostrano
di essere musicisti preparati, forse più
di quello che si sarebbe creduto. Richard Colburne,
ad esempio, suona la batteria in modo impeccabile
e la faccia divertente di Mick Cook si muove con
perizia tra i fiati e il basso. Stevie Jackson
suona la chitarra e canta con molta energia, Stuart
Murdoch che si alterna tra chitarra e piano, balla
e salta come mai ti saresti aspettato. Restano
sempre in Belle and Sebastian la semplicità
e la spontaneità grazie alle quali sono
diventati davvero grandi.
Quello che suonano va dai momenti più
colorati, la marcia di "I Love my car"
e una in fila all'altra "Wrong Girl"
e "Dirty Dream Number 2" con il loro
soul leggero, ai trascinanti aromi anni '60 di
"Legal Man" e "There's Too Much
Love". A lasciare le emozioni più
profonde sono comunque i momenti più intimi,
tanto che viene da chiedersi come sarebbe vederli
in un posto più piccolo e raccolto. Scorrono
gli attimi struggenti di "Fox in the Snow"
e del primo classico che hanno inciso, la splendida
"The State I Am In". E poi la loro canzone
più delicata di sempre "Is It Wicked
Not to Care?" cantata da Isobel Campbell
con una voce tanto flebile che intorno si fa un
silenzio assoluto, quasi ci fosse il rischio di
non riuscire a sentirla. Oppure donano la splendida
armonia pop di "The Boy With the Arab Strap",
che ricorda certe ballate distese dei R.E.M. di
qualche tempo fa, che regala brividi a tutti.
Dopo un'ora e quaranta minuti di concerto, quando
salgono sul palco per l'unico bis della serata
e si congedano con il dolce racconto acustico
di "If You're Feeling Sinister", non
c'è davvero nient'altro che si possa chiedergli
se non di ritornare presto.
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