Hai
presente “Le muse inquietanti”, il quadro di De Chirico con
quei manichini con la testa a birillo davanti al Castello Estense
di Ferrara? Ecco, una cosa del genere, solo che al posto dei
fantocci togati il pittore stavolta ci ha messo automi sberluccicanti
di lustrini e di orpelli tecnologici: il risultato è ugualmente
spiazzante, ugualmente “inquietante”. L’artista più visceralmente
superficiale, più chiassosamente sopra le righe di questi anni
approda nella città dei misteri, degli antichi giardini celati
dietro i pesanti cancelli di ferro battuto della nobiltà decaduta.
Beck, il magnifico ciarlatano, il Barnum del 2000, arriva in
piazza con la sua hall of oddities e chiama grandi e piccini
a vedere la sua sgangherata big band di freaks, i suoi relitti
da discoteca anni ’70, il suo incoerente modernariato, le sue
schegge di cultura pop esplosa: “venghino signori, ecco la palla
da disco e il bassista afro, i piatti del dj e i fiati alla
Barry White…” Ma la città che fa? Si scuote, si colora della
caciara, dei decibel, dei gadget di plastica? Ovviamente no:
Ferrara l’Addormentata, sotto l’influenza del suo incantesimo
secolare, offre al circo di Beck la stessa immobile cornice
dei bambocci di DeChirico; e più il baraccone si illumina di
luci stroboscopiche, più il Castello se ne sta lì indifferente,
vicino eppure lontanissimo nella sua enigmatica solennità. E
come potrebbe essere altrimenti? Una città così profondamente
provinciale, chiusa nella sua bolla di sonno magico, non può
che restare spocchiosamente indifferente di fronte a Beck il
cosmopolita, il californiano con i cromosomi nordeuropei che
lascia la scuola a 16 anni per andarsene a New York un po’ a
fare il folk singer alla Woody Guthrie e un po’ a ballare la
breakdance per le strade. Il suo randagismo si rispecchia nella
musica, giocata sul limite estremo della contaminazione, in
cui il songwriting del folk singer si appaia pericolosamente
alla logorrea dello MC, e i sintetizzatori elettropop fanno
l’occhiolino al banjo. Ma la sintesi musicale di Beck è tutt’altro
che azzardata: il nostro è in fondo uno studioso metodico e
imparziale dei suoni e delle mode, che si interessa soprattutto
alle superfici, agli involucri colorati della musicaccia commerciale
di ogni tempo; come uno scultore pop, il ragazzo prende tutta
questa muzaak e tutti i luoghi comuni correlati per raccontare
un mondo dove tutto è consumo, rapido e vorace. E ciò che si
consuma è soprattutto la promessa di felicità che si annida
nel cartoncino sgargiante, quello che contiene l’oggettino di
plastica cui aneliamo fin da bambini. Allo stesso modo Beck
in concerto propone un cortocircuito di luoghi comuni della
performance live, dall’icona glam al rapper, dal guitar hero
al cantante soul; ma se alla fine è tutto parodia, citazione,
dov’è il vero Beck? Due ipotesi: quello che a metà concerto
resta da solo sul palco, che con solo la voce e l’armonica trascina
il pubblico “One Foot In The Grave”; oppure quello che alla
fine si trasforma assieme agli altri musicisti in un orpello
tecnologico, chiuso in un’inutile cupola di plexiglass come
un qualsiasi oggettaccio comprato dalla vostra mamma in una
televendita. Superficie VS segreto; frivolo VS solenne; rumore
VS silenzio; questo è stato Beck a Ferrara. Cacchio se mi sono
divertito, però.
5
agosto 2000
I
commenti
Fan Beck 7 agosto 2001
C'ero
anch'io e mi hanno "mondato" la
macchina, se il responsabile si sentisse rimordere
la cosienza ad un anno e più di distanza,
accetto le scuse e il rimborso.