Per i cultori della scuola di Canterbury il nome
di Elton Dean è indissolubilmente legato
al trittico "Third"/"Fourth"/"Fifth"
dei Soft Machine, datato 1970-'72: ottimo esempio
di musica senza appartenenza, veleggiante lungo
i confini fra i generi allo scopo di provocare
in essi qualche cedimento da cui trarre linfa
vitale. Per la verità il risultato, grazie
anche al sax di Dean, fu allora sostanzialmente
un free jazz totale assistito dal nume tutelare
del Miles Davis elettrico: di difficile digestione
(almeno per i neofiti del genere) quanto, ad esempio,
"Free Jazz" di Ornette Coleman. Ma passeggiando
in questi territori di nessuno, in questa zona
franca, si comprende molto dei rapporti che legano
i cosidetti generi musicali e si impara a ridere
di coloro che vorrebbero piantare paletti dappertutto.
Rise in cuor suo (almeno così ci piace
pensare) il già citato Coleman verificando
le prime reazioni alla sua suite "Skies of
America": musica classica contemporanea!.
Allo stesso modo sembrano ridersela i nostri
due veterani, alla prese con un percorso minimalista
ed essenziale, intimista ma insieme intenso e
quasi rituale. Jazz d'atmosfera confacente al
luogo dove fu eseguito dal vivo nel 1992: il London
Jazz Café. Centellinando una bevanda (siamo
in uno di quei luoghi che hanno sempre ispirato
i jazzisti!) si assiste ad un rito musicale misterioso,
dove i campionatori e le chitarre di Mark Hewins
sostengono il discorso mistico pronunciato dai
sassofoni cari a Elton Dean: contralto e saxello
(una variante del soprano), gli stessi dei lontani
tempi canterburiani. Un rito di purificazione
che non mira a fortificarci, bensì a pacificare
l'animo. Nell'elettronica paiono sublimarsi i
disordinati e casuali suoni del mondo materiale:
talvolta nulla più che un sottofondo uniforme,
talaltra più nettamente emergenti, come
nel cinguettio d'uccelli di "Merilyn's Cave",
mentre noi ci rilassiamo in un ambiente ovattato,
privo di forti contrasti, appena attraversato
dai fraseggi - sereni o dolorosi come la multiforme
realtà - del sax, che non interrompe quasi
mai la sua arcana litania e, come un flauto magico,
riduce all'ordine e addomestica il caos.
A questo punto, compenetrati dalla musica ipnotica,
potremmo anche cedere al piacevole torpore che
ci assale, senza accorgerci di essere nel frattempo
giunti al termine della cerimonia.
I tre lunghi brani sono firmati da ambedue i musicisti.
Ottima la cura dei nastri, rimixati e rimasterizzati
da Mark Hewins.
Recensioni collegate:
Miles Davis
- Kind Of Blue
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