Descritto ovunque come l’enfant prodige
di una certa musica underground degli anni 90,
indiscutibile la sua precocità: ventisei
anni di cui dodici passati a scrivere canzoni
e registare in studio. Un anno fa usciva l’ultimo
lavoro di Ben Lee, “Awake is the New Sleep”.
Per chi non conoscesse il buffo australiano, sappia
che la sua musica gravita tra un indie pop fatto
tanto di chitarra quanto di tastiera e una vena
cantautoriale degna dell’ex Lemonheads Evan
Dando, per il quale il signor Lee ha scritto due
tra le migliori canzoni del suo esordio solista
“Baby I’m bored”.
Diciamolo subito: “Awake is the new sleep”
è un disco bellissimo. È un disco
pop di una immediatezza disarmante, questo è
vero; ma qui la semplicità compositiva
non è sinonimo di banalità: è
il veicolo grazie al quale l’autore riesce
ad arrivare al punto senza tergiversare, è
un treno colorato ricco di pensieri e emozioni
che non scade mai nella retorica o nel sentimentalismo.
Il messaggio è forte già in apertura:
il soffuso ripetersi di “Whatever it is”,
come una ninna nanna del buon risveglio, vuole
che le circostanze non si impossessino della nostre
vita; la cadenza quasi raggae di “Gamble
Everything For Love” rafforza la tesi e
anticipa la malinconica e autoreferenziale “Begin”,
immersa nei campionamenti che come scritto ironicamente
nel booklet creano “Enough atmosphere
to start a planet”.
”Catch My Disease” è il singolo
per eccellenza, una pop song perfetta che oltre
a mietere vittime per la sua melodia solare descrive
con autoironia cosa comporta appartenere a una
scena, chiamatela indie, underground o come vi
pare, che rimane lontana dalle radio nazionali
e dagli schermi di mtv: “I hear Beyonce
on the radio, and that’s the way i like
it; they don’t play me on the radio, but
that’s the way i like it”. “Into
the Dark” e “Close I’ve Come”
con le loro melodie accattivanti mantengono quella
contagiosa allegria mentre le ballate atmosferiche
“Apple Candy” e “Ache for You”
e la dolce “No Right Angles” surriscaldano
il tutto. Dell’esordio di un esuberante
quattordicenne è rimasta la grinta e le
melodie catchy, ed è un piacere sentire
che gli arrangiamenti quasi kitsch degli ultimi
album trovano qui una forma più rotonda
e meno invadente.
L’unica eccezione di un disco fatto di
strofe e ritornelli è la lunga “Light”,
quasi dieci minuti comprensivi di una coda strumentale
(sassofono protagonista) che sembra totalmente
improvvisata. Approvato anche il coraggioso episodio
sperimentale, resta il ricordo di una crescente
“We’re All in This Togheter”,
e l’immagine di un piccolo grande uomo che
guarda al mondo sorridendo con la matura consapevolezza
che “On the subway we feel like strangers
but we’re all in this together…”