Trascorso il primo spicchio di millennio, con le notizie che lo hanno drammaticamente concluso, diventa doveroso spendere un paio di righe a proposito di un personaggio la cui importanza nel panorama rock degli ultimi anni deve ancora essere stimata come merita.
A differenza di quanto accadde dalle nostre parti, dove i due si sono a lungo guardati in cagnesco, in terra americana rock e canzone d’autore sono sempre andati a braccetto, spesso contribuendo l’uno alla crescita dell’altro. Oggi quella promessa chiede di essere rinnovata, finalmente aggiornata alle nuove tendenze: ed è qui, appunto, che entra in gioco Vic Chesnutt, protagonista nel 2007 di un acclamato ritorno con quel “North star Deserter” inciso con Guy Picciotto e alcuni musicisti dai Thee Silver Mt Zion. Là, tra le tracce di un disco genialmente discontinuo, si abbozzava per la prima volta un’ipotesi di ‘post-rock songwriter’: qualcuno, cioè, che non solo si prestasse a cantare sulle complicate trame musicali di una formazione post ma che addirittura sapesse scrivere canzoni in grado di sfruttare tutte gli strumenti e le potenzialità espressive del genere. Chesnutt era quel qualcuno. Da quel primo esperimento ad oggi sono passati per lui due anni e un’altra collaborazione, estemporanea e “felice” - in tutti i sensi - con il pop-folk degli Elf Power, immortalata dai solchi di “Dark Developments”: poi il cantautore canadese è tornato sul luogo del delitto, con gli stessi sodali di allora, per riprendere quel che con loro aveva iniziato.
In “At the cut”, cantante e banda accordano passo e respiro, fondendosi in una sola creatura. La voce sta al centro e la musica le si ritaglia addosso: in qualche caso si gonfia per farle da camera d’eco, altrove si defila fino quasi a scomparire e a lasciarla da sola, con il diteggiare di una chitarra acustica come unico accompagnamento. E’ il caso degli episodi dai toni più intimi, quali “When the bottom fell out” o la conclusiva “Granny” dove voce e chitarra di Chesnutt bastano da sole a delineare la splendida armonia di una pop-song con tutti i crismi. Quando si riattacca la spina e il gruppo torna al completo, invece, gli equilibri si invertono e la penna di Chesnutt si mostra in tutta la sua versatilità: dalle liriche colte e “letterarie” passa a tratteggiare uno stile quasi impressionista, fatto di frasi spezzate e di suggestioni fulminanti. Il ritornello di “Chinaberry Tree” e le parole “bad habits” ripetute ad libitum sul finale di “Philip Guston”, sono versi ridotti all’osso e suggeriscono immagini monche che solo la musica può colorare di senso.
Un’altra, più collaudata formula d’equilibrio fra musica e parole è quella proposta dalle cosiddette canzoni-confessionale, modulo di cui il songwriter ha cosparso lungo la sua discografia, fin dagli esordi solisti. Ce n’è un paio d’esemplari anche qui, cinici e dolorosi quanto basta per rientrare a pieno titolo nella categoria: tra questi spicca soprattutto “I’ve been flirted with you for all my life” che, dopo il 25 dicembre scorso, si farà ricordare, suo malgrado, come la canzone testamento. Diciamo “suo malgrado” perché nonostante vi si parli esplicitamente di tentazioni suicide, il brano suona tutt’altro che depresso. E’, anzi, un gentile declino alle lusinghe della signorina Morte e una dichiarazione di rinnovato amore alla Vita, destinata ad essere tragicamente smentita proprio dall’ennesimo (e questa volta, ahinoi, riuscito) tentativo di suicidio da parte di Chesnutt, solo pochi mesi dopo la sua stesura. Il destino, per una volta, è stato più cinico di chi lo cantava. Eppure è proprio in canzoni e dischi come questi che occorre confidare perché venga restituito il giusto ricordo di uno come Vic Chesnutt: artista decisamente troppo vitale per soffocarlo in una qualche commemorazione postuma.
collegamenti su MusiKàl!
Vic Chesnutt - Ghetto Bells
Elf Power - Back To The Web
Elf Power - A Dream In Sound
Elf Power - In A Cave