1993. Il radar multietnico di "Iternational
Times" dei Transglobal Underground era ancora
in fase di gestazione, per non parlare delle le
scariche impetuose dei Rage Against The Machine,
mentre la scena underground di Bristol e dintorni
scintillava di sperimentazioni elettroniche per
le radio di mezzo mondo.
E pensare che tutto questo già andava
a confluire nei sound-system di un gruppo anglo-asiatico
che aveva mosso i primi passi poco lontano dalla
capitale britannica, in quel della Community Music
House di Farringdon: gli Asian Dub Foundation.
Queste radici sono ancora ben vive e pulsanti
nella performance milanese, che fonde insieme
le sonorità dei quattro album realizzati
dalla band in una deflagrazione di energia intensa.
Così come non vengono lasciate in parte
quelle motivazioni che da sempre accompagnano
la sigla ADF, in un connubio di impegno politico
ed appoggio alle minoranze etniche sentito in
primis ed affidato alle note.
Certo, in un decennio qualcosa può cambiare,
come ad esempio la formazione che in questo tour
si esibisce sui palchi europei coinvolgendo il
pubblico dalla prima all'ultima fila: insostituibili
i giri di basso di Dr.Das e le immissioni elettroniche
del dj Pandit G, ma ora ci sono anche la batteria
di Rocky Singh, gli MCs Spex (subentrati al buon
Master D) e le percussioni di Prithipal Rajput.
E' questa la formazione, decisamente affiatata,
che nel corso del concerto innesta sull'energia
tutta ADF striature delle sonorità più
varie: da una prima parte che oscilla tra il reggae
ed il raggamuffin, per poi accelerare il ritmo
districandosi in una giungla di dub e drum'n'bass,
sino ad arrivare ad una scena totalmente dominata
dalle sonorità più orientali, che
pure non hanno mancato di farsi sentire nel corso
di tutto lo show (dai campionamenti di sitar agli
interventi percussionistici che ricordano melodie
tradizionali del sud-est asiatico).
In questo modo le tracce di "Rafi's Revenge",
creatura del 1998 da molti considerata come opera
magna della band, si mixano a quelle del successivo
"Community Music", in particolare una
trascinante "Riddim I Like" che fa letteralmente
andare in delirio il Rolling Stone. Tuttavia,
la scena è dominata dal novello "Enemy
of the Enemy", ultimo album più o
meno controverso riguardo la sua (presunta) poca
originalità.
Una cosa è certa: dal vivo, gli ADF, si
trasformano, liberano, mordono le proprie canzoni
e le ritrasformano, in un qualcosa che è
improvvisazione ed energia, cultura musicale senza
limiti.
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