Erano in molti a darli ormai per spacciati. Il
classico gruppetto che imbocca per sbaglio le
pericolose e ultraveloci autostrade del rock,
per poi uscirne ammaccati al casello successivo.
E invece non è stato così.
I Coldplay a tre anni di distanza dal pluridecorato
"Parachutes"
tornano con "A Rush of Blood to the Head",
un album che segna il passo in avanti che ci si
augurava. Belle canzoni, melodie destinate al
ricordo, eppure sempre al di fuori dei limacciosi
campi dello scontato. A raccontarcelo ci pensa
subito il primo brano, "Politik", impensabile
in un album come "Parachutes": un battere
lento ed ossessivo su cui si dipana una melodia
acida e decisamente affascinante.
Ma niente paura, arriva subito dopo il singolone
"In My Place" a fare da ponte tra i
vecchi e i nuovi Coldpaly: il solito riff di chitarra,
semplice ed efficace, e la suggestiva voce di
Chris Martin; forse meno memorabile di una "Yellow",
ma altrettanto carica di quella "malinconica
allegria" che ha regalato il successo a questi
ragazzini inglesi.
Ma questo "A Rush of Blood to the Head"
è soprattutto una bella risposta contro
la noia di ascoltare dischi di altri artisti "coevi"
i quali, una volta imboccato il filone fortunato,
non si distaccano di un diesis (vogliamo parlare
dei Muse?);
in questo disco si respira la voglia di scrivere
e suonare belle canzoni che si snodano per sentieri
sonori e armonici i più diversi, e che
sembrano già cariche di una storia e di
un vissuto che non hanno e che forse non avranno
mai. Almeno ci provano. Come "Clocks",
in cui gli arpeggi di pianoforte si danno il cambio
con la voce che viaggia quasi da sola, quasi come
non volessero intralciarsi a vicenda, lasciando
spazio per una singola emozione alla volta.
Il giochino "riff-voce-riff-voce" sembra
ormai consolidato, ma finché regala una
tale ricchezza di idee, esso non accenna a logorarsi,
anche se apparentemente rinchiuso all'interno
di schemi fissi. Questo è il rock. E come
stancarsi di pezzi come "Daylight",
con quel riff indianeggiante e quella sottile
patina di "già sentito", o "The
Scientist", melanconica ballata, degna erede
di "Trouble". Ma qui soprattutto c'è
la maturità, e l'abilità di saper
sfruttare tutte le "armi" della musica:
la complessità per intrigare e la semplicità
per colpire il cuore.
Semplicità avvertibile in particolar modo
negli arrangiamenti, a volte sostenuti semplicemente
da un pianoforte, una chitarra acustica (predominante
in questo disco, a discapito delle fini tessiture
elettriche a cui ci avevano abituato in "Parachutes")
e una batteria "spazzolata".
Una manciata di belle canzoni, un ottimo disco,
e una sincera promessa per il futuro.
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