L’uomo, creatura animale dal non eccelso
grado di evoluzione in corso, ha un enorme difetto:
tende a provare verso ciò che ha modo di
rincontrare più volte nel corso della propria
vita una sorta di affetto frutto della malinconia
tipica dell’apparato mnemonico. E’
così possibile che anche un lavoro indegno
come l’ultimo messo a punto dai R.E.M. trovi
presso gran parte del pubblico e buona parte della
critica un’accoglienza comunque confortevole.
Perché se solo ci si soffermasse a riflettere
sui suoni riprodotti in stereofonia dal lettore
cd sarebbe impossibile non accorgersi della totale
mancanza di gusto, idee e stimoli presente in
“Around the Sun”.
Che il declino fosse oramai inesorabilmente in
atto era stato palesato sia da “Up”
– album piatto e ovvio, pur con un paio
di impennate a cercare di salvare il salvabile
– che dal patetico “Reveal”,
ma di fronte al disastro di quest’ultima
fatica persino i passaggi a vuoto degli scorsi
anni appaiono apprezzabili. “Around the
Sun” è in realtà un non-album,
dato il fatto che niente di ciò che vi
è contenuto all’interno sembra avere
il minimo senso. La storia dei R.E.M. continua
a rigirarsi su se stessa, serpente che si mangia
la coda, nastro di Moebius senza soluzione di
continuità; nulla a che vedere con il fin
troppo abusato termine autoreferenzialità,
sia chiaro, il rimpasto continuo di Michael Stipe
e soci non prevede riletture a posteriori di quanto
già composto e suonato, non c’è
ombra di postmoderno nelle geometrie musicali
della band. Si tratta solo di una stanca e disgustosa
fagocitosi di sé, proposizione estremizzata
e continua della stessa base melodica, dello stesso
accordo, dello stesso fraseggio musicale. Un unico
istante che si dipana avanti e indietro, in forward
o rewind come genialmente evocava il
video di “Imitation of Life” (quello,
sì, frutto di idea e senso). Da anni non
facciamo che sorbirci il solito album dei R.E.M.,
utilizzando la scusa più banale: “se
la prima era una bella canzone, perché
se la rifanno dovrebbe diventare squallida?”
Già, l’insopportabile etica della
classe!
Sono dunque estremamente soddisfatto di poter
rassicurare anche i fans più incalliti:
in “Around the Sun” non c’è
la benché minima traccia di qualcosa che
sia riconducibile alla classe. L’unico pezzo
che sembra dotato di buon gusto è paradossalmente
proprio il terribile singolo di lancio, “Leaving
New York”, capace di tracciare un paio di
linee direttrici non poi così disprezzabili
prima di piombare in uno dei ritornelli più
devastanti e pacchiani che mi sia capitato di
ascoltare ultimamente. Sul resto poi è
veramente meglio stendere il più classico
dei veli pietosi: dalle imbarazzanti ipotesi pseudo-elettroniche
di “Electron Blue” alle ballatone
con quoziente d’intelligenza sotto lo zero
come “Make it All Ok” e “Final
Straw”, fino a quell’improvvida escursione
nel mondo dell’hip hop che presenta il finale
di “The Outsider” – probabilmente
la più brutta canzone di sempre dei R.E.M.
– non c’è nulla che valga la
pena salvare.
Ma la cosa più sconcertante è la
palpabile sensazione di trovarsi di fronte a un
qualcosa totalmente privo di senso. Perché
Stipe si potrà riempire la bocca quanto
vuole di parole contro Bush, ma come fa poi a
spiegare allora un album che è quanto di
più reazionario possa esistere? Reazionario
da un punto di vista strettamente musicale, è
ovvio, visto che non fa che utilizzare metodologie
e attitudini già decodificate e metabolizzate
da decenni e dunque oramai per natura conservatrici.
Ma non dovrebbe essere la composizione il vero
momento di eversione? Altrimenti tanto vale scrivere
un libello, non serve certo metterlo in musica.
A conti fatti “I Want to Be Wrong”
deve essere letta come una composizione fascistoide,
conservatrice ed elitaria, in quanto totalmente
avulsa dalla realtà che si muove intorno.
I R.E.M. staranno pure intorno al sole, ma è
sulla terra che i Bush sono da combattere, e gli
uomini di Athens non sembrano sinceramente la
migliore delle carte da giocarsi. Perché,
esclusa la possibilità di una lettura politica
dell’opera, il senso può essere rintracciato
solo nel mero esercizio di commercializzazione
e vendita. E allora mi permetto di dire che i
R.E.M. del 2004 (ma anche del 2001) non sono per
niente diversi per qualità musicali e intellettuali
a una Britney Spears o a un Ricky Martin. Purtroppo
temo che la parabola discendente non si fermerà
qui, e che il futuro ci riserverà ancora
tanti album dei R.E.M. sempre meccanicamente uguali
a sé.
Recensioni collegate
R.E.M. - Reveal