L’indipendentismo anni ’90, caratterizzato
fortemente dalla corrente post-rock, ha posto
l’accento sulla costruzione, circolare e
ammaliante, di forme musicali che riuscissero
a bastare a sé, principio e fine della
propria esistenza. La voce diventava un elemento
aggiunto, spesso narrante e sussurrante - come
negli Slint -, pronta a inasprirsi in urla improvvise,
e altre volte completamente assente. E’
stato il caso dei Trans Am, dei Don Caballero,
dei Tortoise; è oggi, in Italia, il caso
degli Appaloosa, band toscana vincitrice al concorso
“Bandanomala” del 2002, organizzata
da ArezzoWave.
Il trio, minimale chitarra/basso/batteria pronto
a raddoppiare il basso - come lo stile post-rock
insegna ed educa -, da il via alle danze con il
suggestivo ed ipnotico intro di “Tozzidecadence”
mentre sprazzi di synth si presentano come elemento
straniante: una pausa improvvisa e via ad un incedere
meno lineare, con gli strumenti ad inseguirsi
nella ricerca di una nuova e più corposa
rotondità musicale.
La voce compare unicamente in “Agitated
Summer”, ed è un parlato nevrotico
che asseconda alla perfezione gli scarti sonori
improvvisi, le accelerazioni e le deflagrazioni
liberatorie. Gli Slint qui non sono certo stati
ascoltati con superficialità. Nuovamente
un minimalismo delicato e una struttura ad intreccio
per “Herbstreet”, su cui si sovrappongono
suoni abrasivi e rumori mentre la chitarra si
fa più snervata, fino all’irrompere
della batteria che trascina il brano in un incedere
ossessivo e apparentemente senza fiato.
La maturità la band sembra raggiungerla
soprattutto nella linearità strutturale
di “Giovanotto”, viaggio a 360°
nel mondo degli Appaloosa e, di conseguenza, viaggio
attraverso un decennio di esperienze musicali
indipendenti dal mainstream musicale. “Johnny
Froid” propone un’urgenza più
prettamente rock, con reminiscenze anni ’70,
ma appare come un corpo estraneo al resto dell’opera,
sorretto da altre intenzioni e da altre derive
musicali, e risulta a conti fatti più un
divertissement che altro. “Sinapsi”
ci riconduce immediatamente in vortici prettamente
post-rock, con i bassi in splendida evidenza,
“Z” fa dell’aritmia e della
scomposizione il suo verbo, sabba nevrotico e
snervante, dimostrazione di vitalità della
band - e chissà se il riferimento del titolo
è al significato greco della lettera (“è
vivo”) -.
L’album si chiude con la reiterazione musicale
e la ciclicità (infinita?) di “Clocks”,
epitaffio e al contempo nascita. Niccolò
Mazzantini, Enrico Pistoia e Marco Zaninello dimostrano
di avere tra le mani un progetto interessante,
che per adesso si limita a riproporre stilemi
e “luoghi comuni” musicali, ma che,
scaricato dalle spalle il peso di una derivazione
musicale poliforme e avvolgente come il post-rock
- nel resto del mondo sta mostrando la corda,
qui in Italia arriva ora? Non ci sarebbe da stupirsi,
ma da preoccuparsi -, potrebbe arrivare a prospettare
un futuro più che roseo. Il giudizio per
ora è sufficientemente positivo, ma è
sospeso in attesa di ulteriori conferme.
collegamenti su MusiKàl!
Slint - Spiderland
Intervista
a Sebastian Thomson dei Trans Am
Tortoise - Standars