Quando uscì “Turn
On the Bright Lights”, appena due anni
fa, lo sguardo retrospettivo sulla New Wave non
era ancora pratica diffusa e mania commerciale;
non fu arduo per il bell’esordio degli Interpol
scavare un solco profondo nell’identità
musicale delle nuove generazioni. Un suono che
riportava alla mente i Sonic
Youth, gli Smiths, i Joy Division, e aveva
la forza di ergersi nel ruolo scomodo ma gratificante
di punto d’incontro. Insomma, a conti fatti
qualcosa di miracoloso nel suo patchwork strutturale.
Inutile rimarcare come il mondo musicale nel
quale si immette ora quest’opera seconda
sia profondamente mutato, anche grazie all’esperienza
Interpol: la New Wave è diventata materia
da saccheggiare, rileggere, feticcio da idolatrare
e (operazione ben più interessante, e dunque
più rara) da stuprare e deformare. Carlos
D, Daniel Kessler, Paul Banks e Samuel Fogarino
vivono sulla loro pelle la difficoltà di
partorire un’opera seconda, soprattutto
quando si hanno gli occhi del mondo puntati addosso.
Difficoltà dettata dalla consapevolezza
nei propri mezzi – laddove l’irruenza
e l’incoscienza possono essere armi ben
più che salvifiche – e dalla voglia,
questa sì palpabile, di non essere etichettati
facilmente.
Non è certo un caso che l’album
si apra sulle note della pacificante ballata per
organo “Next Exit”, percorsa da un’indolenza
ammaliante ma ben lontana dalla cupezza morbosa
che pullulava nelle tracce dell’album di
esordio. Appare chiaro come “Antics”
sia una figura ibrida, mescolanza di intenti e
stratificazione di illuminazioni, una figura ancora
impossibilitata a definirsi in una forma chiara
e decodificabile. Opera trasversale, capace di
passare dall’ossessione tra disco e indie
di “Narc” a timbriche maggiormente
riconoscibili come quelle evidenziate dall’incedere
avvolgente della conclusiva “A Time to Be
So Small”, l’ultima fatica degli Interpol
propone un suono depurato di tutte le scorie e
dei feedback: se questa scelta stilistica rischia
in più punti di far perdere profondità
all’opera (quanto in fin dei conti prevedibile
appare il pur corposo singolo “Slow Hands”),
l’intero progetto sembra comunque in procinto
di spostarsi verso territori più prettamente
pop.
Insomma, se il difetto principale di questo “Antics”
sembra quello di apparire spesso stordito e ondivago,
il suo pregio è quello di non dare in pasto
all’uditorio qualcosa di eccessivamente
prevedibile. Il terrore di essere accusati di
sorprendenti abilità nella pratica del
“copia e incolla” ha infatti spinto
Banks e compagnia ad aprirsi quante vie di fuga
era possibile. Dando alla luce almeno un grande
pezzo: “Take You On a Cruise” si muove
su cadenze irregolari, indeciso, spettrale e ottundente
e regala un ritornello mai banale eppure trascinante.
Il resto è cibo messo in cassaforte per
il futuro: per il momento ancora acerbo ma tra
qualche tempo probabilmente assai gustoso. Certo
è che il suono degli Interpol non ha nulla
a che spartire con tutti i gruppi che vogliono
risplendere grazie alle luci riaccese della New
Wave. Pur nella sua imperfezione è impossibile
non riconoscervi all’interno un’anima
profondamente personale. Asso nella manica decisamente
da non sperperare.
collegamenti su MusiKàl!
Interpol - Turn
On The Bright Lights
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
The Smiths - The
Smiths
Joy Division - Unknown
Pleasures