Forse possiamo aver perso l'uomo, ma non perderemo
mai quella voce. Johnny Cash continua a vivere.
Lo fa nei solchi dei suoi dischi. Dove possiamo
sentire quelle corde vocali straziate da una vita
vissuta oltre i limiti. Dove possiamo addirittura
toccare le sue mille rughe, i suoi capelli ormai
fieramente bianchissimi, quelle mani cosě calme
e quegli occhi che hanno visto molto più
di quello che lasciano intendere. Ci piace ricordarlo
così, Johnny Cash. Fiero della sua vita
e della sua musica. Intento a cantarne un'altra,
di buttare la sua anima sul pentagramma una volta
ancora. Di lasciare una traccia di passione sulle
canzoni di altri che forse mai hanno pensato ad
una sua interpretazione. Johnny Cash. Un uomo
così religioso e talmente convinto della
divina redenzione da spingere anche noi atei miscredenti
del ventunesimo secolo a credere che, forse, qualcosa
lassù effettivamente c'è. E tutto
grazie ad un pugno di canzoni e un pugno di dischi
- questi suoi ultimi - che sono tra i migliori
della sua carriera. Ironia della sorte, dopo cinquant'anni
di carriera, tutti si innamorano delle sue ultime
prove. Dove le canzoni, tra l'altro, non erano
nemmeno sue. Rick Rubin ha fatto il miracolo.
Ma è stato grazie a Cash, solo ed unicamente
grazie a Cash, se possiamo essere pienamente consapevoli
della magia di un disco di pure canzoni country.
E qui non si tratta di uomini che sparano ad altri
uomini a Reno. Qui si tratta di amore. Di passione.
Di musica. Di anima. Di spiritualità. Di
vita. Di morte. Di tutto, in sintesi.
"American V - A Hundred Highways" arriva tre
anni dopo la morte dell'uomo in nero. Una morte
annunciata. Non parliamo di bieche operazioni
post-mortem, please. Non se lo meritano. Né
Cash, né Rick Rubin, né tantomeno
questo disco. Questo perché il quinto capitolo
delle "American Recordings" è bellissimo.
Come oggetto album, addirittura superiore a "American
IV - The Man Comes Around", che pure conteneva
"Hurt", insindacabilmente la migliore cover di
tutti i tempi. Il disco in sè ha una sua
unità, una sua compattezza, una sua identità
che mancava nel precedente (forse possiamo trovarla
solo nel secondo capitolo...) ed è privo
delle cadute di ispirazione che lo venavano. Qui
la media è altissima. Sia per quanto riguarda
le interpretazioni (una pazzesca "Further On Up
The Road" dell'ultimo Springsteen, o "On The Evening
Train" di Hank Williams), che per i pezzi scritti
da Cash in prima persona ("Like The 309" e "I
Came To Believe", da lasciare senza fiato). Ed
è forse il miglior regalo che poteva farci.
Lasciarci una volta per tutte con un disco pesante
come un pugno ma delicato come una carezza, un
disco in cui Rubin produce con la mano di chi
sa come far rendere al meglio il materiale (gli
arrangiamenti, sempre curati assieme a Mike Campbell
degli Heartbrakers di Tom Petty, sono raffinati
e tendono ad esaltare la voce di Cash) e Johnny
canta con la consapevolezza di cantare per l'ultima
volta. Ed è la voce di un uomo che ha già
intrapreso il cammino per un altro mondo. Per
raggiungere quell'uomo di Reno. Per raggiungerlo
nei migliori dei modi. Sicuro che quello che poteva
e doveva fare, l'ha fatto. Nessun rimpianto, Johnny.
collegamenti su MusiKàl!
Johnny Cash - American
Recordings IV: The Man Comes Around
Johnny Cash - American
III: Solitary Man
Bruce Springsteen - We
Shall Overcome - The Seeger Sessions
Bruce Springsteen - Born
To Run (30th Anniversary Edition)
Bruce Springsteen - Devils
& Dust
Bruce Springsteen - The
Rising
Bruce Springsteen - Nebraska